Ernesto Balducci | L’uomo planetario

Ernesto Balducci - L'uomo planetario (Giunti 2005)_Online

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«Nella generale eclissi delle identità il primo nostro dovere è di restare fedeli a quella che abbiamo costruito, con una variante però, che essa va ritenuta non come il tutto ma come un frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso, dunque, né mi converto ad altro: ripudio solo le forme e le pulsioni che mi vorrebbero condurre a fare del mio frammento la misura del tutto. Come il vero Dio, così anche il vero uomo è “absconditus”, e perciò io devo parlare di lui al futuro, anche se ne parlo a partire dal presente e con la massima fedeltà alle indicazioni del presente». (Ernesto Balducci e “L’uomo planetario”).


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Copertina de “L’uomo planetario” nella sua prima edizione (Camunia, 1985)


«Il cristianesimo, in quanto religione, è in crisi irreversibile. Le espressioni simboliche, le tradizioni etiche, la visione del mondo incorporate nel cristianesimo sono proprie di una “isola di storia” – l’occidente – che solo in questi tempi si sta accorgendo di essere tale. Una cultura che si riteneva universale si scopre relativa e, in questa scoperta della propria relatività, tutti i suoi valori entrano in crisi, tutte le sue ideologie, non solo quella marxista, non riescono più a interpretare i nuovi conflitti emergenti. Sono nate, di fatto, contraddizioni inedite che possono essere affrontate solo da una civiltà planetaria; ciò nondimeno, per affrontare la sfida dell’età planetaria, bisogna capire qual è l’attuale fase evolutiva della nostra specie: non è possibile ritenere che la natura umana sia immutabile, segnata dal “peccato originale”, poiché la nostra storia evolutiva dimostra che l’uomo è un essere plastico, modificabile.

Nel vecchio sinodo del Vaticano, la Chiesa è tornata a pensare il futuro in termini non ecumenici, a difendere un’identità cattolica tutta tesa alla “rievangelizzazione” dell’Europa, sicché da un lato si percepisce la novità del tempo, si avverte la necessità di spogliarsi dei vecchi involucri dogmatici, rituali, etici e dall’altro assistiamo a una forte controreazione fondamentalista.

Ma il fondamentalismo e integralismo sono atteggiamenti di ripiegamento su di sé, di antagonismo nei confronti dei propri simili, dettati dalla paura e dall’incapacità di rimettersi in questione, mentre, di fronte alla sfida del cambiamento, è necessario superare la soglia e non regredire nell’attaccamento ossessivo a identità passate che offrono sicurezza: quando è in gioco l’interesse dell’umanità occorre rinunciare a quelle tradizioni, a quei costumi e valori che hanno prodotto e sviluppato l’antagonismo, movente di tante nefandezze. Teniamo presente che la fede cristiana non è una “religione”: essa si è trasformata in religione in quanto ha assunto delle forme di civiltà particolaristiche, che coincidono con la storia dell’occidente. Affermare che la Chiesa è l’anima dell’Europa, legittima una cultura che ha espresso anche i roghi contro gli eretici. L’Europa deve invece pensare il suo futuro di società multietnica, di fronte al quale alcuni non solo sono pronti, ma addirittura entusiasti di questa comunanza e convivenza fra espressioni sociali e religiose diverse. Comunanza e convivenza che non è, intendiamoci bene, sincretismo, ossia un processo di assimilazione senza superamento critico, bensì un convivere preservando la propria identità all’interno di un patto politico comune, sola forma di convivenza che può salvare l’uomo planetario. Ed è per tale motivo che l’Etica cristiana deve emanciparsi dai vincoli “particolaristici” del cattolicesimo dogmatico e della sua visione del mondo “eurocentrica”.

La norma etica fondamentale è quella per cui l’uomo sente, in qualunque tempo e luogo, come un imperativo, la premura per gli altri: “Agisci in modo che la tua massima sia una salvezza per l’umanità”. Quindi, nel nostro orizzonte etico, va inserito anche il futuro, dal momento che ciò che noi oggi decidiamo ricadrà sulla discendenza.

In definitiva, l’amore per il prossimo non deve più essere solo quello per l’uomo contemporaneo, ma il patto fra le generazioni. Ecco perché urge costruire una “comunità creaturale”, e una nuova etica che, non più mediata da alcuna etnia di parte, si riveli come una “religione naturale” con cui dovranno misurarsi le religioni positive, la cui origine è nella comunione di tutti gli esseri; origine svelata nella coscienza che ha preso atto delle interconnessioni che legano l’uomo all’uomo e gli uomini ad ogni altra manifestazione cosmica.

La qualifica di cristiano, in quanto differenziata dagli altri, è una qualifica negativa, un seme di discordia: io non sono che un uomo. È vicino il giorno in cui capiremo che Gesù non intese dar vita a una nuova “religione”, ma abbattere tutte le barriere che impediscono all’uomo di essere fratello all’uomo.

Se voglio sapere se uno è cristiano non gli chiedo se crede, ma come assume la responsabilità del prossimo: solo un vero cristiano può assumere la responsabilità del prossimo: solo un vero cristiano può essere ateo nel senso che nega il “dio della tribù”. Il Sud del mondo per un lento spostamento degli squilibri biologici, la cui legge elementare è che il pieno tende a occupare il vuoto. Nessuna politica repressiva può arrestare questa tendenza, ed è evidentemente saggio accettare “il dono dei barbari” che ci offrono l’occasione di scoprire la nostra umanità più profonda, il “rizoma” comune da cui diverse culture provengono come efflorescenza.» (Ernesto Balducci)

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L’EVENTO DI ASSISI 1

«L’uomo planetario sta nascendo? Dopo il 27 ottobre 1986, è meno difficile crederlo, sempre che il tempo della nostra specie non precipiti nel nulla. Non c’è da illudersi comunque. Prima che la nascita giunga a compimento, ci vorrà una serie di generazioni, perché essa avrà, al livello storico, l’importanza delle mutazioni genetiche. Il suo vero senso, infatti, è il trapasso dalla legge, ritenuta fino ad oggi «naturale», della competizione selettiva, alla legge del reciproco scambio tra uomo e uomo, tra cultura e cultura, senza più l’uso dirimente della forza. Ma il principio che ha regolato fin dalle sue origini le mutazioni dell’Homo sapiens – ad ogni nuova minaccia egli ha risposto con una modificazione di se stesso – ha già dato […] qualche segno di efficacia.

L’ultimo di questi segni è stato l’incontro fra le grandi religioni del mondo avvenuto ad Assisi. Chi l’avrebbe ritenuto possibile appena dieci anni fa? […]

L’impossibile è diventato possibile per una ragione oggettiva: perché le grandi religioni si sono ritrovate tutte sull’orlo dell’abisso. Esse sono il prodotto e insieme il principio  vitale di culture storiche, tra loro diverse, in cui rappresentano il codice simbolico dei significati. Una cultura regge fino a che gli elementi che ne formano la base strutturale conservano la dinamica delle relazioni che li legano l’uno all’altro. Fino ad oggi questa dinamica obbediva alla necessità di un gruppo sociale di opporsi ad un altro per preservare la propria identità. La religione rendeva sacro il principio costitutivo di questa dinamica assumendolo nel proprio sistema simbolico. In questa sua funzione sociale la religione integrava in sé il quoziente di aggressività del gruppo. Anche la guerra diventava santa. Il cristianesimo, come religione storica, non è sfuggito a questa legge, anche se, in quanto religione propria della cultura egemone, ha ritenuto di avere tutta per sé la prerogativa dell’universalità.

Ebbene, la congiuntura atomica ha messo in crisi per sempre il substrato particolaristico delle religioni, abbattendo i muri che le segregavano o sospingendole tutte verso la frontiera ultima. Il 27 ottobre la piazza di Assisi era lo spazio simbolico di questa situazione di frontiera: l’una accanto all’altra, le religioni avevano sotto gli occhi l’abisso dell’annientamento come possibilità scritta ormai nelle cose. La piazza, in realtà, era un cratere. Dinanzi a quel cratere, gli abiti rituali dei rappresentanti di religioni avevano l’aspetto di venerande e tragiche maschere. Mi aspettavo che da un momento all’altro facessero quel che fece Francesco, proprio lì ad Assisi: si togliessero gli abiti per proclamare che ormai ogni appartenenza al passato era finita.

Quel giorno non è ancora venuto. I capi delle religioni, ciascuno nei suoi paludamenti, davano l’immagine visiva dei millenni che gravano sulle nostre spalle: millenni di separazione e di consacrazione degli antagonismi etnici. L’unità era nell’invisibile, in quell’orizzonte a cui approdava la preghiera di ciascuno, una dopo l’altra. In questa inevitabile disposizione di protocollo, c’era una involontaria intenzione dissacrante, da attribuire allo Spirito. Finché un buddista, un musulmano, un cristiano pregano da soli, hanno per sé tutto l’orizzonte, si muovono nell’infinito senza intralci, si illudono di parlare a Dio, all’unico vero Dio, in nome di tutto il mondo. Ma messi gomito a gomito essi sono costretti a lottizzare il mistero e quindi a rendere flagrante la contraddizione tra l’unità indivisibile dell’Essere e la molteplicità delle rappresentazioni, tra il Dio in sé e il Dio per noi. Capisco la riluttanza degli integralisti (ogni religione ha i suoi), per i quali non c’è che un solo Dio, quello che essi conoscono, e gli altri non sono che «dèi falsi e bugiardi». Il loro merito è di ricordarci che un evento come quello di Assisi non è di ordinaria amministrazione, segna la rottura profonda di una tradizione immemorabile. Le religioni non possono presentarsi tranquillamente una accanto all’altra senza dare sostegno visibile al sospetto di aver tramutato l’assolutezza della fede, affermata per secoli fino alla coerenza estrema del martirio, in una cauta professione di opinioni tra loro interscambiabili. Solo che il passo compiuto ad Assisi non era più procrastinabile, perché la mano, invisibile ma inesorabile, dei processi storici ha costruito le premesse della sua necessità. Per la prima volta il mondo è uno e in un mondo diventato uno, Dio non può essere Molti. Finché ogni religione viveva nella sua insularità, l’unità di Dio riposava tutta sulla sicurezza soggettiva dei suoi fedeli, ma ora che le segregazioni stanno finendo, la sicurezza soggettiva, in quotidiana collisione con i fatti, perde di autenticità, e se sopravvive è solo per una specie di scissione paranoica. Siamo, così, alla resa dei conti. E in questa resa dei conti le religioni sono costrette a rivelarsi per quel che sono: produzioni simboliche di gruppi umani, sistemi ideologici in veste sacra.

In quanto tali, le religioni sono esposte ad una tentazione che le ha percorse per tutta la storia, ma che oggi potrebbe essere funesta per la pace del mondo: la tentazione di costituirsi, ora che il mito del progresso è in sfacelo, come veri luoghi di identità storica per le coscienze insidiate dall’insicurezza sul futuro. Timor fecit deos. La spiegazione razionale del mondo divulgata dalla scienza ha inesorabilmente corroso lo spazio sacro, che è il loro naturale domicilio, ma ora che quella spiegazione fa da supporto alle dinamiche di morte, lo spazio sacro, senza più la feconda ingenuità dell’età mitica, riprende a dilatarsi con funzioni compensative e consolatorie e dunque regressive. […] Il sacro «di ritorno» fa parte dell’eclissi della ragione, è un prodotto dell’istinto di morte.

Ma, nella loro complessità antropologica, le religioni sono anche un’altra cosa: sono l’espressione, storicamente differenziata, del «principio speranza», si sono svolte, cioè, sulla spinta del postulato della salvezza e come tali contengono, alla loro radice, una intuizione di valore universale, il cui senso profondo è la sfida contro la morte, la premura per l’uomo in quanto tale, minacciato, nel suo intimo e nei suoi assetti sociali, dalla sua stessa volontà di potenza. Ad Assisi le religioni si sono presentate con l’olivo della pace, «come gli Araldi – ha detto il Papa – della coscienza morale dell’umanità come tale, umanità che aspira alla pace, che ha bisogno di pace». A dare un sigillo di autenticità a questa pretesa, egli aveva premesso che l’incontro ad Assisi era «un atto di penitenza» perché «non sempre siamo stati costruttori di pace» L’autocritica restava interna, secondo lo stile dell’umiltà, alla chiesa cattolica, ma il contesto la proponeva anche alle altre religioni come condizione preliminare per la scoperta del «sentiero comune», il sentiero che ormai l’umanità nel suo insieme «è chiamata a percorrere» con un senso di responsabilità indivisibile, basata sulla coscienza «della comune origine e del comune destino dell’umanità». D’ora in poi il sentiero da percorrere sarà uno solo, «sia che impariamo a camminare insieme in pace e armonia, sia che ci estraniamo a questa vicenda e ci roviniamo insieme». L’alternativa salvezza-perdizione non si gioca cioè, se leggo bene, in rapporto a un credo religioso, si gioca in rapporto agli appelli che, per la prima volta, vengono dalla comunanza di destino dell’umanità.

L’incontro di Assisi, dunque, non fa numero con nessun altro, è un evento nuovo, che mette le religioni dinanzi al dilemma: o trasformarsi o morire. Esse hanno dato segno di essere pronte alla prova. Non hanno pregato insieme, e in questo hanno reso onore alla verità delle cose, ancora gravata dall’eredità del passato. Ma una volta tanto le loro preghiere non sono state una fuga dalle concrete condizioni dell’uomo. Alla trascendenza di Dio si è coniugata spontaneamente un’altra trascendenza: «La sfida della pace – ha detto il Papa – così come si presenta oggi a ogni coscienza umana, trascende le differenze religiose», e dunque costituisce, già di per sé, un punto di riferimento unificante. Proprio in ragione della sua radicalità inedita, la sfida atomica fa appello all’uomo in quanto membro del genere umano, scartando come non risolutive tutte le altre determinazioni, anche quella religiosa. Meglio sarebbe dire che essa fa appello a una specie di religione primordiale, la cui essenza è nel senso di stupore e di precarietà che la creazione avverte nell’atto primo di riflessione su di sé. Il luogo sorgivo di questa religione è la coscienza.

Il principio primo della cultura occidentale, dopo la fine della cristianità è, appunto, il primato della coscienza, su cui si basa la nozione laica di libertà. Il limite storico di questo principio è nella intenzionalità individualistica a cui per lo più ha obbedito, impoverendo se stesso. Per diventare il centro generativo di una vera e propria religione, gli mancava, appunto, questo carattere di originaria solidarietà del singolo con il genere umano, la premura per l’uomo al posto della premura per sé. Nell’era atomica, il principio del primato della coscienza passa dall’universalità meramente formale ad una universalità colma di concretezza. Questo è il momento in cui le religioni possono, senza tradire se stesse, anzi inverandosi, integrare in sé il principio della laicità, che finora aveva agito contro di esse. Ad Assisi le religioni hanno posto il piede sulla soglia della laicità, sulla quale  è scritto il principio che la pace è innanzitutto rispetto delle coscienze e dunque rinuncia a ogni strumento di coazione, anche a quei sottilissimi strumenti di cui sono esperte le religioni del proselitismo. Viste nella loro realtà storica le religioni hanno bisogno anch’esse di salvarsi dai richiami del loro particolarismo per mettersi al servizio dell’unità del mondo, segno e condizione dell’unità di Dio. Senza questa conversione anche Dio resta un idolo. La pace del mondo presuppone la distruzione degli idoli. […]

 Prima ancora che la comunione tra le chiese cristiane, anzi prima ancora che la comunione tra le religioni, la sfida apocalittica chiede che si metta in atto quella che mi piace chiamare «comunione creaturale», in nome della quale i fedeli delle chiese cristiane e delle religioni mondiali sono invitati dallo Spirito a «testimoniare, davanti al mondo, ciascuno secondo la propria convinzione, la qualità trascendente della pace». La trascendenza di Dio entra nell’orizzonte etico sotto forma di trascendenza della pace. Da qui deriva la necessità di assumere come mediazione della fede, non più le categorie sacrali o metafisiche della vecchia cristianità, ma il principio formale del rispetto delle coscienze, una volta che a ciascuna di esse si riconosca l’idoneità a costruire, nei modi suoi propri, la pace comune. La parola d’ordine dell’integrismo – senza Cristo non si dà la vera pace! – è rimasta, almeno ad Assisi, alle spalle di papa Wojtyla, dal momento che egli ha preferito rimettere la verità della fede, rompendo la dura crisalide dell’apriori dogmatico, al vaglio della testimonianza, e di una testimonianza liberata da ogni consegna proselitistica. Questo significa, a mio giudizio, un passo particolarmente vigoroso del suo discorso: «Con le religioni mondiali condividiamo un comune rispetto ed obbedienza alla coscienza, la quale insegna a noi tutti di cercare la verità, ad amare e servire tutti gli individui e tutti i popoli, e per ciò a far pace fra i singoli e le nazioni». In questa luce non turbano le parole che il Papa ha pronunciato per esprimere la sua certezza di cristiano: «Ripeto umilmente qui la mia convinzione: la pace porta il nome di Gesù Cristo». Non turbano, perché esse non disegnano una riserva nell’abbracciare la legge comune del rispetto delle coscienze, né propongono il riferimento a Cristo come una linea pregiudiziale di divisione. Il Cristo è qui un’indicazione al futuro, un mistero la cui pienezza non comporta nessuna esclusione, prevede, prevede anzi l’apporto di tutte le coscienze umane nella loro intima capacità rivelativa, che si dispiega, nell’amore attivo per la pace, lungo il sentiero messianico scavato nelle profondità della creazione. E’ così che finalmente la chiesa varca la soglia della laicità senza tradire il suo deposito di fede. Come Cristo si spogliò di ogni prerogativa divina divenendo in tutto simile agli uomini, così la chiesa, vincendo in sé ogni tentazione di autosufficienza, si pone sul piede di parità con le altre religioni in quanto «araldi della coscienza morale dell’umanità come tale». Le sue prerogative scompaiono dentro l’orizzonte che la coscienza umana è in grado di controllare con la luce che le è propria: se esse riemergono – ma è solo una possibilità – è perché sarà la prova dei fatti a farle riemergere. Dai frutti le riconosceremo!

E’ così che la chiesa cattolica, nel suo rappresentante, ha vissuto l’evento. Questo evento la misura in modo severo, la riconsegna al giudizio della coscienza umana, la obbliga a rimettere in questione il suo concreto modo di essere, su cui grava il peso paralizzante del passato. E così lo hanno vissuto le altre confessioni cristiane e le altre religioni. […]

Ha colto nel segno un attento cronista di «Le Monde» quando ha commentato che «Assisi segnerà di sicuro una tappa nel declino della convinzione dell’uomo bianco circa la sua superiorità culturale e spirituale». Questa convinzione aveva il momento culmine nella pretesa di aver finalmente raggiunto un punto di vista capace di ridurre all’unità la storia del genere umano. Il prodotto più significativo della religione laica dell’Occidente è stata la «Weltgeschichte» e cioè una visione unitaria del divenire dell’uomo nella quale tutti i sentieri conducevano a una strada maestra, quello dell’uomo diventato adulto. Ma, a dispetto di tutte le sue sopravvivenze, la pretesa di una storia universale è morta […].

Nel crepuscolo degli idoli celebrato ad Assisi, ho avvertito con acutezza l’eclissi delle grandi ideologie che hanno finora guidato la storia dell’Occidente. I rappresentanti della cultura laica hanno commentato l’evento con imbarazzo, balbettando luoghi comuni. Il dogma illuministico sulla religione quale infanzia del genere umano e quello marxista sulla religione come oppio del popolo sono apparsi fuori gioco alla pari delle superstizioni religiose. Nella sua profonda essenzialità la cultura laica segna una tappa che anche le religioni devono attraversare. In questo senso la cultura laica non ha perso, ha vinto. Ma, messe nella necessità di sciogliere il nodo maledetto dell’equilibrio del terrore e di progettare il futuro, le ideologie laiche si rivelano come colpite a morte. […] Nella piazza di Assisi non c’erano i loro rappresentanti, ma io li ho visti lo stesso. Erano vestiti del saio della penitenza. Il ricominciamento è un dovere per tutti. » (Ernesto Balducci)

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SONO UN FIGLIO D’UOMO 2

«Da anni conservo in me una nostalgia di cui non parlo mai senza una grande discrezione, che è divenuta tuttavia uno stato d’animo permanente: la nostalgia degli anni in cui i cristiani non sapevano di essere cristiani. La prima volta che si cominciò ad usare questo appellativo fu nel 43 d.C. in Antiochia (Atti 11,26). In tutti questi primi anni dopo la risurrezione, i discepoli di Gesù non si dicevano cristiani, essi erano paghi di chiamarsi fratelli, sorelle, discepoli, credenti. Non furono essi che inventarono il nome e già questo mi consola. E non furono nemmeno gli ebrei che, meno di tutti al mondo, non ritenevano affatto Gesù come il Cristo (Messia) e che per disprezzo chiamavano i suoi discepoli Nazareni. L’opinione più fondata è che coloro che utilizzarono questo termine per la prima volta fossero gli impiegati o i militari romani che, per motivi di ordine pubblico, consideravano i discepoli di Gesù come i membri di un partito politico con retroterra giudaico. Fu insomma il potere ad inventare questo nome! Ciò mi basta perché possa sentirmi libero di coltivare la nostalgia dei giorni durante i quali i cristiani non lo erano affatto, in attesa di un tempo in cui i cristiani non lo saranno più.  […]

Nella nostra epoca, la crisi della nostra identità di cristiani si iscrive nella crisi del cristianesimo che dobbiamo comprendere ormai nel senso più radicale e dunque come morte del cristianesimo. Per il sociologo agnostico, questa morte è una lenta e definitiva scomparsa, per me, credente, è l’entrata del cristianesimo con tutta la sua identità, nelle tenebre del venerdì santo in cui, come in un oscuro crogiuolo, si consumano le teologie, le istituzioni giuridiche, i patrimoni culturali. La mia stessa identità dì cristiano si dissolve nella Croce, io non voglio restare cristiano se questo significa rimanere chiuso nella determinazione che un tale nome esprime per l’utopista poeta, per il marxista, per l’agnostico, per il commissario di polizia e forse anche per l’impiegato della Curia. No, io non sono un cristiano, sono soltanto un uomo, come diceva Pietro a Cornelio. Io sono un uomo che considera tutti gli uomini come suoi fratelli e che vuole essere considerato da tutti come fratello perché, come spiega Martin Hillairet, è in questo atmosfera fraterna il luogo del cristianesimo. Il cuore del cristianesimo non è costituito da “nuovi riti religiosi” ma semplicemente da un uomo chiamato Gesù che ha vissuto la realtà banale della condizione umana. […]

Ecco cosa mi dico: il Cristo viene a te sotto le specie sacramentali del diverso: la donna, l’operaio, il nero, il musulmano, il buddista ecc. Il Dio di Gesù Cristo è nascosto in ogni diversità, egli è il Santo. Ma la sua diversità ha disteso veli tra noi e ci viene incontro attraverso gli uomini differenti da noi. Il viso di Dio è il viso dell’uomo che io non arrivo a comprendere. Mio compito non è far diventare cristiani gli altri, bensì quello di entrare nella identità degli altri e di comprenderli o, almeno, di prenderla come misura delle possibilità del Regno. La vera via della Trascendenza è nel passaggio verso l’altro, è nel fatto dì accogliere la provocazione dell’altro conservandola nel mio cuore come faceva Maria mentre ascoltava lo parola del Figlio, il Diverso per eccellenza.

È su questa premessa che baso la mia risposta alla domanda: Perché rimango cristiano? Resto cristiano per essere totalmente uomo. Quando dico totalmente non faccio allusione alle dimensioni di tipo esistenziale contenute nella totalità dell’umanità; l ‘uomo vero è la realizzazione delle possibilità che giacciono come una semenza nelle profondità dell’uomo “homo absconditus”. Diciamo che siamo figli di Dio ma non sappiamo propriamente chi siamo noi. Lo sapremo quando vedremo Dio faccia a faccia. La mia identità è quindi al futuro e sarà esprimibile soltanto nel momento in cui l’umanità raggiungerà la sua pienezza. Questa pienezza è il Regno di Dio. lo non vivo per la Chiesa, non vivo per dilatare la comunità dei cristiani. Vivo perché venga il Regno. La Chiesa alla quale appartengo è un segno ed uno strumento di questo futuro, ma questo futuro la oltrepassa, io stesso la oltrepasso pur restando fedele.

Ieri come prete portavo abiti, segni distintivi dell’istituzione di cui ero il rappresentante. Due anni or sono, in un dibattito a Milano, una pia signora mi chiese perché non portavo l’abito da prete . “È bene che si sappia con chi si ha a che fare, un agente di polizia porta l’uniforme, se ne ho bisogno so a chi devo rivolgermi”. Ebbene, io non sono affatto l’agente di polizia di Dio. Vorrei essere come il Cristo, semplicemente un figlio d’uomo, qualcuno che difende l’uomo per l’uomo.

Come dicevo all’inizio, la mia identità è di non averne alcuna o, meglio, di averne una che è situata nel futuro, una che riscopro soltanto quando dico: “Venga il tuo regno, sulla terra come nel cielo”.

Per esporre in maniera riassuntiva Dio, la Chiesa, il mondo: ieri, credevo che Dio amasse la Chiesa e la inviasse al mondo per salvarlo; oggi, credo che Dio ami il mondo e che la Chiesa sia un segno ed uno strumento di questo amore che la precede e la oltrepassa. Ieri, mi definivo collocandomi dentro la Chiesa e guardando il mondo come una realtà da conquistare per la Chiesa; oggi, mi colloco nel mondo e vivo entro la Chiesa quel tanto che anticipa simbolicamente l’avvenire del mondo.

Ma mentre ieri guardavo il mondo a partire dalla Chiesa, oggi guardo la Chiesa a partire dal mondo e mi siedo alla tavola della Chiesa, la tavola eucaristica, precisamente perché là si ascoltano le parole che rivelano i segreti nascosti fin dalla creazione del mondo, perché là si elaborano le speranze di cui tutti gli uomini hanno bisogno.

È vero, esiste ancora, e quanto è ingombrante, una Chiesa che si esprime col linguaggio della prudenza politica, che riveste di sacro la morale dominante. Questa chiesa non mi interessa, è quella di cui contemplo il declino con cuore gioioso. In me essa è già quasi morta. Ma questo declino è direttamente proporzionale all’emergenza della Chiesa come assemblea di coloro che non si curano di sapere chi essi sono, ma sanno di non avere, quaggiù, una città permanente (e dunque non è affatto necessario esservi registrati) e che cercano la città futura, la città verso la quale vanno tutti gli uomini, ciascuno con lo sua diversità. Si narra che durante l’età post-apostolica, si dava ai cristiani che partivano in viaggio, un frammento di vaso di terracotta. Al ritorno sarebbero stati riconosciuti per il fatto che il loro frammento poteva combinarsi perfettamente con gli altri. Sì, io so che la verità di cui vivo è appena un frammento. La mia identità è appunto il pezzo di un tutto. Quando tutti i frammenti saranno riuniti, allora io saprò veramente chi sono. La mia presunzione di ieri era di voler concentrare il tutto negli stretti limiti del mio frammento. Allora dicevo “noi cristiani ” con gran fierezza.

Vorrei essere fedele al mio frammento nell’attesa che si compia la totalità. La via verso questo futuro è la stessa via che mi conduce verso il fratello per unirmi a lui, non in quello che egli è (poiché la suo verità è solo un altro frammento) ma in ciò che egli cerca. E’ così che io mi sento a casa mia in tutti i luoghi di questo mondo. Io sono finalmente cattolico, e precisamente perché non lo sono più, perché sono un figlio dell’uomo.» (Ernesto Balducci)

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«Quello dell’uomo planetario – che è anche il titolo di un noto testo, pubblicato dalle Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole 1990 – è un concetto-chiave dell‘“ultimo Balducci”, impegnato sulla frontiera della promozione della cultura della pace e del dialogo fra le civiltà con l’occhio rivolto alla condizione di sempre maggiore interdipendenza  fra settori dell’umanità che in precedenza si ignoravano o non interagivano fra di loro. “Mentre si è chiusa la dialettica della storia così come l’uomo occidentale l’ha narrata a se stesso, riducendo le altre umanità ad unità mobili del proprio sviluppo, hanno fatto ingresso nel proscenio della storia altri soggetti, relegati finora  nei sottosuoli della civiltà come schiavi nelle galere” (E. Balducci, La terra del tramonto, Edizioni Cultura della pace, San Domenico di Fiesole 1992).

Questo ci consegna una responsabilità del tutto nuova.  “Viviamo in  un mondo strutturalmente unificato, vincolato- per ripetere un termine usato forse senza mutue copiature da Gorbaciov e da Wojtyla – dalla logica delle interdipendenze. Il mondo è oggettivamente unificato, però, ex parte subjecti, questa unità non è un dato di fatto, è solo una possibilità; e quel che aumenta la possibilità, come ci ha insegnato Kierkegaard, aumenta l’angoscia. La misura del possibile è la misura dell’angoscia” (E. Balducci e Autori Vari, La pace sfida le religioni, L’Altrapagina, Città di Castello 1993).  Sono concetti, in parte, analoghi a quelli che va esprimendo un altro grande intellettuale europeo, il francese Edgar Morin, autore (insieme a Brigitte Kern) di un testo dal significativo titolo di Terra patria (Raffaello Cortina, Milano 1994).

Nell’epoca nuova in cui viviamo, sottolinea Balducci, problemi come quello dell’ambiente, della sicurezza, del lavoro, dell’informazione, del rapporto politica-società che prima erano vissuti come “relativi”, divengono problemi assoluti, perché si collocano in una dimensione nuova, planetaria, che è fuori dalla portata e dalla presa degli Stati-nazione in tendenziale declino.

Tutelare, oggi, l’ambiente, la pace, la sicurezza o affrontare grandi questioni come quella del rapporto fra sviluppo e migrazioni umane, postula la maturazione di una nuova cultura in campo etico, religioso, culturale, politico ed istituzionale.

Al dialogo fra culture, religioni e civiltà, di cui risalta l’inedita rilevanza, va affiancata una nuova progettualità giuridica e politica in grado di dar vita a nuove istituzioni ed a una cultura del diritto di respiro cosmopolitico.  Per Balducci, è proprio nella metafora di cosmopoli  (la città-mondo) che è possibile iniziare ad individuare quegli elementi di governo mondiale  delle contraddizioni che, al di là dell’esausta dimensione dei confini nazionali e degli Stati, “con l’irrompere dei problemi assoluti […] toccano l’umanità in quanto tale” (E. Balducci, La terra del tramonto, op. cit.).»

2002 * Testimonianze, Ernesto Balducci: attualità di una lezione.

 


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Don Tonino Bello | dontoninobello.info

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  1. Ernesto Balducci, “L’evento di Assisi”, in Appendice a “L’uomo planetario”, Giunti 2005, pgg. 177-186
  2. dalla postfazione  al libro di Paul Gauthier, “Vangeli del terzo millennio”, ed. Qualevita 1992