Carissimi sposi (1970)

1 Carissimi sposi,

non mi sarebbe difficile, traendo persino lo spunto dalle let­ture liturgiche della Messa, commentare in chiave sentimenta­le il momento particolarmente forte che state vivendo qui, da­vanti all’altare di Dio, presso il quale siete venuti stamattina a consacrare il vostro cuore.

Per avere a disposizione degli elementi di sicura presa emo­tiva, mi basterebbe, per esempio, dare risalto alla frase della Scrittura: «l’uomo lascerà suo padre e sua madre, per unirsi alla sua donna», e sottolineare la profonda solitudine in cui ora ver­ranno a trovarsi due madri, per le quali mai, forse, come in que­sto momento, l’espressione biblica ha avuto un significato così realistico e solenne.

Ma non credo proprio che sia il caso di indugiare su questi superficiali aspetti, vagamente romantici e di dubbio gusto, de­concentrando l’attenzione dal significato profondo di questo rito solenne che stiamo celebrando.

Desidero, invece, porre l’accento su due pensieri che ci ven­gono suggeriti, l’uno da San Paolo e l’altro dal Vangelo.

San Paolo dice: «Le mogli siano soggette ai mariti. Il mari­to, infatti, è il capo della moglie, come Cristo della Chiesa».

Potrebbe sembrare un discorso duro, urtante, classista, supe­rato dalla mentalità moderna, che vede nella parità dei diritti dei coniugi una delle acquisizioni più valide della nostra epo­ca. Non è mancato, persino, chi si è scandalizzato di fronte a queste affermazioni di San Paolo, come se avesse voluto consa­crare o ratificare la concezione sociale dei suoi tempi, costrui­ta con criteri esclusivamente mascolini.

Parlare oggi di marito come capo della moglie — si sente dire — non ha più senso. La donna ha uguale dignità dell’uomo e, quindi, è priva di fondamento la conclamata supremazia del marito e la pretesa soggezione della moglie di cui parla la Sacra Scrittura.

Ebbene, ragionare in questi termini, significa non soltanto mutilare ma sovvertire il pensiero di San Paolo. Egli, infatti, non dice «il marito è capo della moglie», ma «il marito è capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa».

Che cosa ha fatto Cristo per la Chiesa, cioè per l’umanità, per noi? Si è innamorato perdutamente di lei, l’ha perseguitata col suo immancabile amore, l’ha redenta, l’ha salvata, si è mes­so al suo servizio, ha chiuso un occhio sulle sue infedeltà. L’ha perdonata, l’ha abbellita, l’ha arricchita, le ha voluto tanto bene che, infine, è morto volentieri in Croce per lei.

Cristo per la Chiesa non è stato un tiranno, come certi mari­ti. Non è stato un padrone, un dominatore, un sovrano, un despota. Non ha esercitato su di lei nessuna supremazia di pote­re, ma solo di servizio, lui che ha detto «non sono venuto per essere servito, ma per servire».

Non ha surclassato la Chiesa in dominio, ma in amore. E l’u­nico trono regale dal quale egli ha esercitato su di essa la sua sovranità è stato il trono stupendo della Croce, dove ha con­sumato la sua follia di innamorato che dà la vita per la donna che ama.

Ecco, allora, la splendida proposizione stabilita da San Pao­lo, «il marito è capo della moglie come Cristo è capo della Chiesa».

Ma c’è di più: l’unione dell’uomo con la donna riproduce in miniatura l’unione di Cristo con l’umanità avvenuta nell’in­carnazione. Il matrimonio, cioè, è un sacramento, un segno ri­produttore. Sicché l’amore di due creature, come, voi, viene in­nestato nell’amore stesso che Dio ha avuto per l’umanità. L’a­more che si sprigiona dai vostri cuori è lo stesso amore che ha esaltato e inebriato il cuore di Cristo.

Vogliatevi bene, pertanto, carissimi sposi, con questo amo­re unico, fedele, esclusivo, fecondo, indivisibile, irrevocabile, sforzandovi di vedere l’uno nell’altro, al di là delle apparenze e delle imperfezioni, il volto stesso di Gesù.

Il secondo pensiero lo traggo dal Vangelo. Non è che vi vo­glia commentare questo brano stupendo di San Giovanni: desi­dero solo mettere in risalto un inciso che mi ha particolarmen­te colpito: «Il vino migliore è l’ultimo», quello distribuito alla fine, e prodotto miracolosamente da Gesù.

Il capotavola lo dice con un certo stupore allo sposo: «Hai riservato il meglio delle tue bottiglie proprio al termine del banchetto, quando tutti ormai sono brilli».

Carissimi sposi, mi auguro che non cadiate mai nell’abbaglio di chi crede che l’amore più forte e più bello sia quello che attualmente nutrite l’uno per l’altro. No! Il meglio deve anco­ra venire.

Per tanti la data del matrimonio rappresenta un vertice, da cui incomincia una malinconica discesa.

Costoro hanno peccato di presunzione. Si sono ritenuti dei “geni in amore”, invece non erano che degli apprendisti, dei dilettanti. Sono partiti col piede sbagliato, e allora il matrimo­nio, per essi, prigionieri dell’egoismo e dell’immobilismo affet­tivo, è diventato la tomba dell’amore.

La data di oggi, invece, rappresenti l’inizio di una scalata verso altezze da cui possiate scoprire panorami sempre nuovi e sempre più belli. L’amore autentico, infatti, è una pianta che cresce, non uno sterpo che inaridisce. È una forza che si dilata, non un’energia che si restringe. È un’opera che si scolpisce, non un macigno che si frantuma.

Tutto questo vi costerà anche dei grossi sacrifici, perché la maturazione dell’amore di un uomo e di una donna non è cosa semplice e richiede l’impegno di tutta una vita.

Ma se ognuno di voi si sforzerà ogni giorno di presentare all’altro l’aspetto nuovo di sé, l’aspetto inedito, se ognuno di voi si sforzerà di scoprire nell’altro ciò che rimane di profonda­mente suo e che non potrà mai essere totalmente raggiunto neppure nella donazione più completa, se ognuno di voi saprà mostrarsi all’altro con la stessa indicibile sensibilità delle prime trepidanti attese, il vostro amore si dilaterà e vi accorgerete anche voi che il vino migliore è quello che viene dopo.

Non voglio avere il cattivo gusto di aggiungere ora la serie degli auguri a quelli che la liturgia già enuncia in misura abbon­dantissima e che il mio particolare affetto per voi lascia sup­porre, al di là di qualsiasi parola.

L’eucaristia alla quale ora parteciperete — il primo vostro banchetto nuziale — cementi la vostra unione e saldi con vin­coli imperituri le pietre della vostra casa.

Antologia degli Scritti, Parte 0 – La terra dei miei sogni, pgg. 209-212


Trascrizione online | A cura della  Redazione dontoninobello.info

 

 

  1. Omelia per il matrimonio di Velia e Trifone Bello. Tricase Porto, chiesa parrocchiale San Nicola, 29 agosto 1970. Testo inedito.