Se la scienza diventa amore | In ricordo di don Tullio Contiero (la Redazione)

a  don Tullio Contiero

Si possono raccogliere tantissime testimonianze come queste. Perché Don Contiero è stato un riferimento per generazioni di studenti, accompagnatore dei gruppi nei viaggi di conoscenza in Africa, e ha promosso, in maniera infaticabile, pensieri e riflessioni critiche sulla povertà e le disuguaglianze presenti nel Sud del mondo come nelle nostre città.

“Sprovincializzare l’Università” era il suo motto. Risale al 1968 il suo primo viaggio in Africa. Prima si era occupato di animazione sociale nelle borgate di Roma. Ma aveva anche stretto amicizie prestigiose, come quella con Aldo Moro, Benigno Zaccagnini e Giorgio La Pira. Quando lasciò la capitale fu per seguire a Bologna il cardinal Giacomo Lercaro da cui fu ordinato sacerdote nel 1963.

Non si contano le conferenze e gli incontri organizzati da Don Tullio nelle aule universitarie. Suoi ospiti sono stati, tra gli altri, Aldo Moro, Fausto Bertinotti, ma anche i comboniani Kizito e Zanotelli, Rigoberta Menchu, Mohamed Yunus, oltre a volontari e missionari appena scampati da qualche guerra. E se con queste conferenze il mondo è entrato nell’università, con i viaggi e le esperienze in Africa gli universitari sono entrati nel mondo.


a  Contiero…

Dal 1985 (ricordo ancora il nostro primo incontro, era sera tardi, nella Chiesa Universitaria di S. Sigismondo a Bologna, mentre pregava, al buio, da solo), poi per tutti gli anni trascorsi all’Università di Bologna, fino alla sua morte, Don Contiero è stato per noi più di un padre. Dobbiamo tutto a lui… la nostra formazione culturale, quella religiosa, quella spirituale. Per ogni ora e ogni istante, per lunghi anni, trascorsi insieme, a lui dobbiamo la nostra rinascita, la nostra libertà, il nostro desiderio di futuro, la nostra fede diventata adulta, matura… Nel suo studio o nella sua chiesa universitaria di S. Sigismondo, in preghiera, in strada, a mensa, in occasione delle conferenze da lui settimanalmente organizzate per oltre 30 anni, abbiamo conosciuto, ascoltato, incontrato (per molti di noi per la prima volta) la forza, la voce, la fede, l’impegno di grandi testimoni e profeti del nostro tempo… da don Tonino Bello a Ernesto Balducci, da David Maria Turoldo a don Lorenzo Milani, da Giorgio La Pira a Giovanni Papini, a Giuseppe Donati, a Pier Giorgio Frassati, da Alex Zanotelli a P. Kizito Sesana, da Oscar Romero a Enrico Chiavacci, da Baget Bozzo ad Arturo Paoli, e ancora schiere ed eserciti silenziosi di missionari che salivano e scendevano da tutto il mondo a Bologna (e viceversa, come forti e dolcissimi angeli sulla scala di Giacobbe), e poi laici, politici, atei, non credenti.. e i volti, i sorrisi indimenticabili di suore, di medici, di teologi, di filosofi ed educatori, sempre impegnati in prima persona ad aiutare gli ultimi di ogni angolo di questa nostra terra…

Poi  squillava il telefono e…:  «”Intellettuale!!! (era così 🙂 che mi chiamavi…) ho bisogno di correggere, con te, una lettera…! questa sera mangiamo, insieme, un piatto della tua pasta, piena di “fantasia”!”». Allora (1989-1995) abitavo in via Delle Belle Arti 49, un ammezzato, o meglio, un sopra scantinato (non ristrutturato) in cui si studiava, soprattutto quando nevicava, seduti con i dopo sci ai  piedi. […]  E poi… era solo un piatto della mia pasta con le melanzane, che potevo offrirgli! il più delle volte era solo… della pasta, con dell’olio d’oliva, un po’ di formaggio, e del pan grattato. Ma lui diceva sempre che ci mettevo tanta poesia, nel prepararla! <3  

Ci manchi tantissimo, Contiero (da morirne…!).

Claudia Moschettini, 1 marzo 2012, 2018.


«Appena ho saputo che lo scorso 3 luglio [2006] è morto don Tullio Contiero, ho sentito la necessità di condividere il pezzo di strada che ho fatto assieme a quest’uomo. Con lui si è verificato ciò che io chiamo “il mistero dell’incontro”. Non si sa, infatti, perché nella vita ci s’incontra con certe persone.

Ricordo che venne a trovarmi quando ero direttore di Nigrizia, credo nel 1981. Mi aveva telefonato, chiedendo d’incontrarci. Io non sapevo chi fosse. Appena messo piede in redazione, a Verona, don Contiero andò all’attacco: «Voi missionari dovreste vergognarvi per come state trattando le università. Siete completamente assenti, mentre è anche in questo ambiente che dovrebbe esprimersi il vostro essere missionari». E giù con una filippica.

Lo ascoltai e poi gli risposi che non era facile per noi di Nigrizia stare in redazione, rispettare le scadenze del mensile e, contestualmente, occuparci anche di altro. Lui non arretrò di un centimetro e ricominciò: «Devi venire a Bologna. Sono in contatto con molti studenti. Puoi parlare con loro. Puoi introdurli al mondo africano». A quel punto, promisi che avrei fatto di tutto per andare a Bologna, ma gli dissi anche che, per quanto riguarda i comboniani, non mi sembravano i tipi adatti per esprimersi in quell’ambiente. In questo, ho avuto torto, perché ho capito in seguito che, portando nell’università un’esperienza valida, si è ascoltati.

All’università di Bologna ci sono poi andato sul serio. E ho visto che don Contiero preparava gli studenti e infondeva entusiasmo. Parlava loro innanzitutto di Gesù Cristo e poi voleva che toccassero con mano qualche realtà africana, cogliessero i bisogni e le potenzialità di quelle comunità. Per questo, organizzava viaggi, soprattutto verso paesi dell’Africa subsahariana (Tanzania, Kenya, Uganda). Voleva che questi giovani vedessero come si lavorava nelle missioni. Voleva che chi stava studiando medicina potesse rendersi conto delle stato della sanità o del funzionamento degli ospedali.

All’inizio, gli avevo manifestato alcune mie perplessità. Temevo che si risolvesse tutto in una sorta di turismo culturale senza sbocchi. Non era così. Don Contiero si era circondato di giovani desiderosi di capire e d’impegnarsi: gente molto coinvolta anche nel sociale e nel politico, a Bologna.

Un giorno, me lo sono visto arrivare a Korogocho, la baraccopoli di Nairobi (Kenya) dove sono andato a lavorare dopo l’esperienza di Nigrizia. E pensare che don Contiero aveva consigliato i suoi ragazzi di non venire a Korogocho: temeva forse che, per la mia scelta radicale e le mie posizioni molto dure sui divari Nord-Sud, sulle armi e sul sistema folle che ci governa, li potessi “spaventare”. Ma non pochi di loro gli disobbedivano…

E lui lo sapeva.

Per tornare a Bologna: mi ricordo che sono stato diverse volte a parlare all’università. Sale piene di studenti e anche di professori. Mi ricordo che in uno di quegli incontri don Contiero mi disse: «Guarda che questi “professoracci” atei non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo e dei crocefissi del sud del mondo». Credo di poter dire che, a un certo punto, il nostro cammino è entrato in profonda sintonia. Del resto, anche lui era critico verso la chiesa di Bologna, per le sue difficoltà ad assumere la missione, mentre lui era appassionato della missione, nel contesto della pastorale universitaria. Penso che pochi abbiano lavorato bene come quest’uomo, che ha fatto innamorare generazioni di universitari dei poveri e degli esclusi.

L’ultima volta che ci siamo visti, lui era già molto malato. Lucido come sempre, aveva ancora quel suo sorriso ironico. Abbiamo ricordato i nostri trascorsi e di come questo esserci incrociati in varie occasioni ci avesse arricchiti entrambi e avesse giovato ai tanti giovani che ci stavano intorno. Ecco la bellezza della vita, quando si ha la capacità di camminare insieme!»

Alex Zanotelli


«Don Contiero? Un prete “originale” e libero.

L’ho visto la prima volta nei primi anni 70, quando venne a trovarmi alla direzione di Nigrizia per parlarmi dei viaggi in Africa che aveva cominciato ad organizzare con gli studenti, e della sua preoccupazione che la formazione degli studenti universitari, la loro cultura, includesse, o meglio incominciasse, dai poveri, dai dimenticati. Mi era subito sembrato una persona fuori dagli schemi, libera, e una persona che vedeva più lontano degli altri.

Poi l’ho rivisto dopo oltre vent’anni nella periferia di Nairobi. Venne a visitarmi, con un gruppo di studenti, nella casa dove avevo avviato l’esperienza di Koinonia in Kenya.

Sapeva che l’anno precedente ero stato rimosso dalla direzione della rivista New People.

Senza preamboli, dopo che il gruppo era entrato in casa e tutti si erano in qualche modo accomodati, mi chiese, con quel suo svergognato accento: “Kizito, ma la Chiesa è Madre o Matrigna?”.

Erano bastate poche battute all’ingresso di casa per rimettermi in sintonia con lui.

Gli risposi che per me la Chiesa è sempre stata madre, anzi mamma, anche perché non dobbiamo confondere la Chiesa con i vescovi e i cardinali e i papi.

Con loro, che hanno il compito di mantenere la nostra azione nel grande quadro luminoso del Vangelo, noi cooperiamo e a loro ubbidiamo, perché vogliamo restare in comunione, anche quando non siamo convinti che in una determinata scelta concreta abbiano ragione.

Ma la Chiesa è la grande comunità cristiana, il grande popolo di Dio che include i tantissimi laici, il papa e i vescovi.

In questo popolo la dignità più vera non scaturisce dalla funzione gerarchica ma dalla santità, dall’adesione al Vangelo.

Da questa chiesa mi sono sempre sentito profondamente amato. Concretamente per me la Chiesa sono i poveri, i bambini e i semplici in mezzo ai quali vivo e che amano Gesù e il Vangelo.

Questa è la Chiesa che mi è mamma. Dissi anche che non siamo ordinati preti per essere servi dei vescovi, ma per essere – preti e vescovi in comunione – servi della comunità. In particolare dei poveri.

Mentre parlavo lo vedevo che non riusciva a trattenere il sorriso e i cenni di assenso.

Da quel poco che ho potuto intuire – perché era molto riservato su questo punto –, credo che abbia sofferto parecchio per come veniva considerato da alcune persone che forse con lui hanno esercitato più l’autorità che la forza della comunione.

Ma non credo che cercasse approvazione personale, piuttosto soffriva perché non venivano capiti i programmi pastorali e culturali che proponeva per i giovani.

Era ampiamente ricompensato dall’affetto genuino che tanti studenti hanno avuto per lui. I giovani capivano subito di aver di fronte una persona schietta e senza inganni, profondamente libera, che annunciava il Vangelo non per mestiere ma per convinzione.

Una persona che si dimenticava di sé per dedicarsi agli altri – bastava una visita nella sua abitazione per capire l’essenzialità della sua vita.

Non l’ho quasi mai sentito parlare di se stesso, ma parlava volentieri e con orgoglio dei testimoni che era riuscito a far incontrare agli studenti universitari, e degli studenti che avevano scelto, dopo i viaggi in Africa, la strada del sacerdozio o delle vita religiosa.

Don Contiero? Un prete “originale” e libero. Ma soprattutto un prete che ama ed è amato dalla sua chiesa.

Ciao, Contiero. So che questo saluto ti fa particolarmente contento, perché viene dall’Africa, dove tante persone ti hanno conosciuto e ti vogliono bene.

Continua a restarci vicino, abbiamo bisogno anche di te per essere liberi.»

Renato Kizito Sesana
(* Amani, Anno VI N. 3, Settembre 2006)


«Sono cresciuta con il sogno dell’Africa. Non lo so perché. Credo che certi sogni infantili ce li portiamo scritti nel DNA. Non me lo spiego altrimenti. Nella mia famiglia nessuno era stato in Africa, né tanto meno aveva mai pensato di andarci. Dunque non era un sogno che avevo respirato, o appreso: me lo portavo appresso, come il colore dei capelli e degli occhi. Magari appena sostenuto da documentari visti in TV, da discorsi di amici, e dagli influssi religiosi, che mi facevano pensare quasi come una missionaria quando avevo 8 anni o 10. Volevo stare con i poveri.

Ma quando io avevo 15 anni, l’Africa era lontana. Ben più lontana di adesso. E anche quando ne avevo 20. Non che io sia un dinosauro, ben inteso, ma i ritmi della storia sono stati stravolti proprio in quest’ultimo 30ennio. Negli anni ’70 la maggior parte della gente sapeva abbastanza dove fosse il Kenya, che cominciava già ad essere meta turistica. Ma qualunque altra nazione africana avrebbe lasciato molti nell’enigma della collocazione geografica. Qualcuno ancora confondeva Tanzania con Tasmania. (Veramente qualcuno lo fa anche adesso, ma gli ignoranti per scelta ci sono sempre). Zanzibar era un fumetto, e non si sapeva bene se era un luogo esistente o solo fantasioso…

Attraversai la mia preadolescenza leggendo romanzi d’avventura in cui mi prefiguravo nel mitico Rio delle Amazzoni, o in quello del Congo. Poi ci fu un periodo in cui sognavo talmente tanto i grandi spazi delle savane africane, che mi ipnotizzavo davanti alla gabbia dei daini che a quell’epoca erano nel giardino pubblico più antico della mia città. Andavo lì, mi sedevo sul muretto, li guardavo, li ammiravo, li amavo,… e sognavo. Sognavo il giorno in cui mi sarei beata alla vista dei grandi mammiferi africani nelle grandi distese della nostra madre terra. Già, quelle stesse distese che furono culla dei nostri antenati nelle loro varie evoluzioni: australopiteci, habilis, della pietra, del fuoco…

Quando avevo circa 18 anni lavoravo come educatrice per l’handicap. Ero maggiorenne, avevo uno stipendio: l’epoca dei viaggi non poteva essere molto lontana. Ma l’Africa sì, continuava ad esserlo. Eppure io volevo andarci. Volevo andare tra i poveri, starci qualche mese, lavorare con loro. Ma non sapevo come.

Non so chi mi parlò di don Contiero, non ne ho proprio la più vaga idea. Ad ogni modo, mi presentai da lui. Era circa maggio del 1982.

Lui in genere non era il tipo “accogliente” nel senso in cui si intende la parola. Al contrario. Aveva un modo burbero, provocatorio, che volutamente usava con tutti i giovani bolognesi o italiani in genere, che per il fatto stesso di essere nati qui, quindi di avere garantiti almeno 3 pasti al giorno, la scuola ecc. lui considerava ricchi, e in quanto ricchi, viziati, e probabilmente anche un po’ stronzi.

Ci trattava tutti allo stesso modo, con quei suoi epiteti a volte offensivi: “Cosa state a fare qui, voi, figli della borghesia, voi con le vostre case ben scaldate, i vostri vestiti, la macchina… Siete tutti borghesi, egoisti, … Andate, andate a vedere come si sta nel sud del mondo! Andate a vedere cosa vuol dire fare la fame!!!…” eccetera. Questa era la sua “accoglienza”. Anche se non ti aveva mai visto, se di te non sapeva assolutamente nulla, e tu potevi anche essere un povero disgraziato, figlio di disoccupati ecc. Per essere amici di Tullio bisognava avere la volontà di superare lo choc iniziale. Andare oltre. Non era per tutti. Molti non lo sopportavano. Molti, naturalmente, non hanno mai fatto viaggi con lui, non hanno mai seguito le sue elucubrazioni e provocazioni, considerandolo uno fra i tanti preti pazzi, che per il fatto di essere preti si arrogano la capacità e il diritto di insegnarti a vivere.

Io andai oltre. Probabilmente anche aiutata dal mio lavoro, che già allora mi aveva fornito la capacità di leggere oltre le apparenze, oltre i messaggi palesi per andare al latente, al non detto. Fui poi anche fortunata, perché appena dissi a don Contiero cosa facessi (che era la sua prima domanda dopo l’averti aggredito!) lui semplicemente… si innamorò! Il fatto che io a 20 anni lavorassi con gli handicappati fu per lui un colpo di fulmine.

Gli spiegai che volevo andare in Africa, stare lì un po’ a lavorare, qualche mese. Non sapevo ancora che lui organizzava viaggi estivi di conoscenza. Di lì a poco… l’Africa sarebbe stata vicinissima. E io smisi di ipnotizzarmi davanti alla gabbia dei daini.

Nell’agosto del 1982 feci il mio primo viaggio in Africa, che fu e penso sia rimasto il più bel viaggio della mia vita. Avevo vent’anni, e per la prima volta toccavo la terra delle grandi savane, delle zebre, dei leoni, dei bufali, degli elefanti… era inevitabile tornare con “la febbre”.
I viaggi di don Contiero erano preceduti da incontri di formazione che si tenevano in una sala della sua parrocchia, con un cortile interno.

Nel mese di luglio, quel cortile aveva un odore che non ho dimenticato mai più, e che per me è rimasto come l’odore del “qualcosa sta per succedere, qualcosa di grande, e di bello”, come fu quel viaggio. Rimasi così legata a quel cortile e a quell’odore, che quando anni dopo mi laureai, decisi di fare lì la mia festa di laurea. Non c’era per me nessun altro luogo che avesse un’importanza simbolica, intellettuale e affettiva insieme. Il mio sogno e l’amore per l’Africa non erano svaniti, dunque quale posto migliore? E Tullio fu dei nostri, felice di essere lì, felice perché aveva in qualche modo (profondo) segnato la mia vita. Quella sera mi regalò un Cristo dipinto su un batik alla maniera dell’East Africa, e fece un discorso “ufficiale” sul nostro “andare su è giù per l’Africa”. Fu una bellissima festa.

Nel frattempo, sempre grazie a don Contiero ero andata in Uganda, nell’83, con Elena Balsamo, altra “contierana”, e lì avevo incontrato i coniugi Stefanini ed ero stata ospite presso l’ospedale dei coniugi Corti, il famosissimo Lachor Hospital. Purtroppo non incontrai loro, Piero e Lucille, perché nello stesso periodo erano in ferie in Italia.

Con i viaggi di don Contiero entrai molto in fretta nel mondo, allora nascente, della cooperazione internazionale. Conobbi tante ong, ebbi tanti contatti per schiarirmi (o incasinarmi) le idee. Entrai in un arcipelago, fatto di tanti anfratti, baie, baiette, isole e isolotti: tante associazioni, tanti movimenti, i nascenti gruppi per l’accoglienza agli immigrati e le attività interetniche, ecc. Erano gli albori di quello che anni dopo sarebbe diventato il movimento no global.

Credo proprio che si possa dire che don Contiero, con la sua irruenza, la sua provocatorietà, la sua voluta non-mediazione, sia stato tra i precursori del no global, ben prima che questo esistesse in quanto tale. Lui è stato tra le prime “voci nel deserto”, e gridava, accidenti se gridava! Ben prima che si potesse prendere coscienza dei tanti mali degli aiuti umanitari, prima che l’Africa toccasse il fondo, prima che le percentuali delle ingiustizie planetarie prendessero le proporzioni vergognose che hanno poi preso. Credo che don Contiero, con il suo essere perennemente incazzato, critico, incontentabile, abbia insegnato a tanti di noi a non darsi pace. A guardare le cose per come sono, non per come vogliono farcele vedere. Ci ha insegnato a provare amarezza, vergogna, a porci dalla parte dei poveri non per sentirci buoni, ma perché altrimenti ci faremmo schifo. Perché lui non sopportava l’incoerenza, la mediocrità, la menzogna perbenista, che ripugna anche a Dio benché lui – forse – sia sempre in grado di perdonarci tutto, sapendo la nostra infinita piccolezza. Contiero insegna a non contare sul perdono di Dio come la scappatoia del bigotto. Le sue prediche erano totali e totalizzanti. Mettiti in gioco. Non stare qui a guardare. Non puoi. Un cristiano non può stare a guardare. E’ come il cammello che pretende di passare per la cruna dell’ago (dev’essere proprio scemo…).

Non immagino quante siano le persone, i giovani e meno giovani, che in seguito all’incontro con lui hanno cambiato la loro vita. Moltissimi si sono fatti missionari, moltissimi sono andati come volontari laici e hanno sposato donne e uomini africani, dando vita a molte tra le prime coppie miste in Italia, quindi al mondo meticcio, in cui non ci sono più bianchi e neri, ma fratelli, con tutte le meravigliose tonalità di grigio che la natura ci ha fornito.

Moltissimi sono quelli che semplicemente sono tornati a casa propria con tutta un’altra visione del mondo, grazie alla quale hanno potuto impegnarsi per altri mondi possibili: quei mondi per i quali oggi sempre di più si sfila nelle vie e nelle piazze di ogni metropoli.

Contiero, tra i suoi tanti difetti, ha avuto il pregio, e certamente il dono, di avere una grande utopia, “una grande visione” per usare il vocabolario di Alce Nero. Quella visione che ti fa credere, camminare, gridare, predicare, senza sosta. Ha avuto una fede totale nell’utopia concreta, tangibile, vera: perché realizzarla dipende solo da noi, dalla nostra capacità di coerenza, e di lotta.

I talenti che ha avuto, credo proprio abbiano dato tanti frutti. Quando il padrone gli chiederà gli interessi, don Tullio potrà portargli un lauto bottino: fatto di figli e figlie che si sono sparsi per le strade del mondo, per realizzare altre utopie, altre visioni, di altri mondi possibili.»

Silvia Montevecchi


«Manca la sua voce, provocante, stimolante, affatto conciliante, in una città dove si è passati da una sorta di indifferenza perbenista alla contrapposizione spesso sterile tra mondo laico ed ecclesiale. Don Tullio Contiero, di cui il 3 luglio [2007] si è ricordato il primo anniversario dalla morte, quarant’anni di servizio presso la chiesa universitaria, ha trascorso la sua vita nell’accogliere i più lontani, capace di dare una parola illuminante, un gesto eloquente a chiunque. Come quello che fece con la sottoscritta, in una lontana serata d’autunno.

Lui era l’unico sacerdote che conoscevo. Il “prete comunista”, come lo chiamavano al Liceo Galvani, dove insegnava religione, per via dell’Unità che sempre portava sotto braccio, me lo aveva fatto conoscere un amico del mio ragazzo di allora. Ce ne aveva parlato in maniera entusiasta, non solo per quel giornale che leggeva insieme al Vangelo, ma anche per i viaggi in Africa organizzati per “sprovincializzare” l’università. Io e il mio giovane fidanzato lo avevamo incontrato, per capire cosa ci andava a fare in Africa, e magari seguirlo.

Tutto saltò all’indomani dell’agosto di quell’anno, il 1986, quando il mio giovane fidanzato all’improvviso morì. Uno squarcio lacerante mi aprì alla necessità di una risposta che andasse oltre. Al liceo avevo amato la filosofia, Kant soprattutto, ma ora quelle idee mi sembravano limitate, incapaci di dare un significato all’incomprensibilità dell’esistenza umana segnata dalla precarietà.

Figlia di una famiglia comunista, dove la ricerca religiosa non era mai stata una questione da affrontare, non mi era mai venuto in mente di rivolgermi a un prete. Ma in quel momento provavo un grande desiderio di tornare alle mie radici religiose che avevo abbandonato da tempo, per conoscerle meglio. E lo potevo fare solo tornando da quel prete.

Sapevo che tutti i martedì sera diceva messa nella chiesa dell’università. La chiamavano “la messa dei poveri” perché parlava dei poveri dell’Africa ma anche dei poveri di Bologna. Entrai quel martedì. Vidi lui, don Contiero, le braccia alzate per la consacrazione eucaristica. Sentii una forza più grande di me. Mi avvicinai per la comunione, ma inaspettatamente lui mi prese la mano, mi ci mise un’ostia, e me la accompagnò in tasca, come a dire “questa è per te, ma non sei ancora pronta”. Non mi aveva certo riconosciuto. Dopo gli avrei parlato. Ma ora c’era solo quel gesto così eloquente, ispirato da qualcosa che solo a stento percepivo.

Alla fine di quella messa salii nel suo studio, pieno di libri che subito mi fecero sentire a casa: vite di Marx mischiate a quelle di Gesù, saggi sul cristianesimo e il comunismo, Kant e Platone. Gli raccontai ciò che mi aveva portato a lui. Mi ascoltò in silenzio. E mi disse: “Hai sofferto molto, ma tu hai il cielo dentro”. Ma io ero comunista, convinta di certe idee. Si mise a ridere: “Tutto qui?”.

Quel sorriso mi avevano tranquillizzato, mi sentivo accolta in un mondo per me nuovo, di cui non conoscevo i riti, i protagonisti, i riferimenti culturali. Ma era cominciato un percorso che non avrei più abbandonato.

Senza di lui, don Tullio, occhi azzurro cielo in un volto segnato da una sorta di ingenuità fanciullesca, forse quel cammino non sarebbe iniziato. Senza la sua libertà interiore, scevra da ogni pregiudizio e aperta ad accogliere i semi di verità ovunque si trovassero, anche al di fuori di ciò che definiamo “chiesa”, non avrei conosciuto il senso della mia esistenza. Oggi, quella libertà di pensiero e di cuore continuano a mancarmi. Tra le diatribe ideologiche e le contrapposizioni un po’ sterili, anche della mia città, quel vento di libertà era una boccata di ossigeno.

Perché c’è un inquinamento, più nascosto ma, forse, più pericoloso di quello atmosferico: quello delle anime allergiche a ogni confronto, che pensano di avere tutta la verità in tasca. Anime vecchie molto più di lui, don Tullio, che vecchio, per la sua voglia di conoscere e di incontrare, non è stato mai, eterno stupore di bambino sugli orizzonti della vita ben più ampi delle nostre piccole certezze.»

Sabrina Magnani


Il don profeta di Marco Biagi

«La nostra città perde una figura importante e fondamentale che per tanti anni ha stimolato e aggregato giovani e adulti attorno a un’idea innovativa di solidarietà. Il suo impegno pastorale nel cuore della vita universitaria cittadina ha portato generazioni di studenti a guardare al mondo, ad allargare e arricchire il loro pensiero con una prospettiva che andasse oltre ai confini tradizionali”. “Per tanti studenti – prosegue e si conclude la nota del Sindaco – era un punto di riferimento e, per le ragazze e i ragazzi che arrivano da altri luoghi per compiere qui i loro studi, aveva creato un luogo in cui sentirsi a casa. Sono sicuro che da oggi molti si sentiranno più soli, ma sono anche certo che l’opera di don Contiero proseguirà con le persone che con lui hanno lavorato e che ora porteranno avanti il suo impegno.»

Sergio Cofferati


«…possiedo molti ricordi di Don Contiero.

Siamo stati per lunghi anni nella stessa università. Lui come cappellano, io come professore. Ricordo quei manifesti fosforescenti affissi sotto i portici dei palazzi del centro di Bologna con cui ci invitava tutti, studenti e professori a “sprovincializzare l’università”, a guardare al mondo, e soprattutto all’Africa, ad educarci e ad educare alla mondialità. La sua testimonianza di vita cristiana aperta al dialogo con tutti e con tutte le culture è oggi più esemplare attuale che mai. La sua vita spesa con assoluta generosità e dedizione al servizio degli ultimi continuerà a interrogare le nostre coscienze di uomini e di cristiani in politica.»

Romano Prodi


«…io mi mettevo alle sue spalle… vicino alla Beata Imelda Lambertini… la sua gestualità… le mani fra i capelli con il capo chino e poi con le braccia aperte sulle ginocchia il messale aperto… e poi si girava di botto e mi diceva, “dai rossetti vieni diciamo compieta insieme..” sono un suo figlio spirituale, mi ha sposato… sono andato in africa con lui… sono stato un suo confidente… condividendo speranze e tanti dispiaceri… dopo il viaggio la trappa e poi prima di tornare a bologna veniva a taranto per una settimana per rinfrancarsi e mi chiedeva il parere sulla bozza della lettera dall’africa agli studenti che aveva scritto… ho quasi tutte le sue lettere… andai da lui qualche mese prima… era in condizioni tali da trattenermi… mi diceva “rossetti rimani, rimani…rimani a cena con me…” non voleva che andassi via… sempre col suo sorriso…  mi fissava… poi mi ritrovai davanti alla sua bara… son andato già due volte al cimitero dove riposa… al suo natio borgo selvaggio..»  / […]

«Ho avuto la fortuna a Bologna durante il periodo universitario, di vivere e condividere un pezzo di vita con questo grande Uomo, Prete e Profeta che ha saputo indicare orizzonti lontani a tante generazioni di studenti bolognesi: don Tullio Contiero. Ufficialmente risultava il cappellano della Chiesa universitaria bolognese, per noi studenti di ogni latitudine e longitudine geografica era ben altro. Posso dirlo tranquillamente, avendo conosciuto pensieri, azioni, sofferenze e gioie di questo prete, che questi è un Santo, a mio modesto parere. Santo scomodo a tanti, con tonaca e senza tonaca. So che lui è sempre vicino alle mie scelte difficili, come non disdegnava di attraversare l’Italia per scendere giù a Taranto, a rinfrancarsi nella mia casa, discorsi, progetti, pensieri lungimiranti, e stimolo ad andare oltre, a superare i nostri limiti, comodità, zavorre esistenziali che non ci fanno crescere. Il nostro discorrere era senza tempo, quando si parlava camminando, in macchina o per strada alle 4 del mattino sotto i portici bolognesi, nel freddo inverno ad attaccare manifesti per le conferenze del Centro Studi Donati, oppure nel suo piccolo studio, mondo di libri, appunti, giornali, manifesti, foto di mondi lontani e vicini, il tempo sembrava non scorrere mai, sapevo che come vasi comunicanti si cresceva insieme, nonostante la differenza di età, di ruoli… Sì devo a lui tanto, non sarei qui a parlare di lui altrimenti. Il Viaggio in Africa insieme ad una trentina di medici e universitari bolognesi, fu una lezione accademica sotto l’equatore, tra le capanne della verità sull’uomo. Con lui, ho capito l’uomo, chi è, cosa vuole, dove va, cosa nasconde, da dove viene e cosa dovrebbe fare della sua vita.» […]

«questo era il bar, in via Belmeloro, dove la mattina verso le 8,00 dopo l’alzata alle 4 del mattino e dopo aver fatto attacchinaggio di manifesti per le conferenze in università, il buon Don Contiero mi diceva “Rossetti andiamo a prender un caffè, offro io”… e mi salutava alla fine con  “Rossetti, ricordati, siamo servi inutili “…  il tempo di salire su per cambiare abbigliamento e montare sulla sua bici e pedalare verso il Liceo Galvani, dove lo attendevano i suoi altri ragazzi, di Liceo…»  […]

«Vi ricordate la bicicletta di don Tullio Contiero? … appoggiata sul muro nel corridoio della sacrestia, che ci indicava la sua presenza, su nel suo studio. A volte la lasciava fuori sotto il portico di S. Sigismondo, perché quando il prete andava di fretta, era lì pronta. Quante volte, col suo basco e cappotto nero, in sella pedalava nelle diverse direzioni, ” vado al Galvani ” o ” vado al Carlino a lasciare l’articolo”, oppure “vado al S. Orsola, a trovare gli ammalati”.  La bicicletta era il suo andare spedito per Bologna, poi per andar fuori amava farsi accompagnare in macchina, perché era l’occasione per parlare, dirsi, raccontarsi, mentre si andava a fare altro. Perché il tempo, è stato sempre prezioso per don Contiero. Gli altri mezzi che usava spesso, erano il treno, ora per Padova dai suoi, ora per Roma per andare al Ministero o dai Trappisti a Frattocchie, magari a Verona, oppure a Ravenna, a volte per Bari dove si faceva venire a prendere dalla stazione perché andando verso Taranto amava e gustava trattenere nel cuore le immagini delle campagne pugliesi, i vigneti, gli uliveti, i muri a secco…. e i suoi commenti erano tali che incutevano il silenzio, poiché si avvertiva di stare accanto ad una Personalità alta, profonda, santità che sapeva dividersi nell’umanità sparsa nei diversi continenti e direzioni di latitudine e longitudine. Amava spostarsi, scomodarsi per incontrare l’uomo, questa creatura capace di essere offerta dalle sue mani sull’altare quotidiano, perché era nella sua debolezza, necessità, appello, che toccava il Dio vivente e che gli ricordava ogni giorno che la sua vocazione e scelta fosse stata giusta. Con Dio, per Dio e in Dio. Libero e fedele nella Chiesa.» […]

«Quando andavo a trovarlo la sera verso le 20, era seduto da solo nel silenzio di S. Sigismondo, la chiesa universitaria. solo, ultimo banco, con le braccia ora aperte a mò di croce sul banco e con il libro del Vangelo aperto alla pagina del giorno, ora invece piegato in avanti, riverso con la testa fra le mani sulle ginocchia, il suo farsi meditazione vivente, mi incuteva rispetto, imparando così a fare del silenzio e del tempo un uso importante. Era nella sua meditazione della parola, del Vangelo, era all’ascolto di Dio, la sua forza che gli ha permesso di andare oltre, non avere paura, nell’essere libero e obbedientissimo in Cristo. Quante spine mi ha descritto, poste sul suo cammino, da piccoli ominidi, con la talare e senza talare, accettava tutto, non c’era un povero che bussava ogni giorno che non aveva la sua parte in moneta, per le prime necessità. Il tutto si racchiudeva in una frase evangelica, che mi ripeteva quotidianamente “Rossetti, siamo servi inutili”, io non riuscivo a comprendere, l’ho solo capita dopo la sua morte. L’ultima volta che lo incontrai, stava male, problemi di memoria… ripetizioni, difficoltà a camminare, a spostarsi… guardavamo insieme il funerale di Wojtyla… comprendeva… e mi diceva “rossetti rimani qua a mangiare con me” e poi ripeteva “non andare via, non andare via…”  L’ho rivisto, in chiesa a S. Sigismondo, steso in una semplice bara di legno… sì, attraversai l’Italia all’incontrario di come faceva lui. Una volta andai oltre, vicino a Chioggia, era una giornata di nebbia, lo andai a trovare al suo paesello natio, poche case, un cimitero sempre aperto, era lì, col suo sorriso.»

Giovanni Rossetti


Esattamente 38 anni fa (giugno 1978) Contiero ci accompagnava come coppia e come medici in partenza verso l’impegno a cui ci aveva educato: arrivare al più profondo del bisogno, dall’Africa dissanguata alla Palestina espropriata. Il suo appello a “sprovincializzare l’università” ci spronava a operare affinché la conoscenza prodotta dall’accademia servisse a liberare l’uomo dalle catene dello sfruttamento e dell’ignoranza. Ci ricordava che la responsabilità sociale dell’università non è di educare a competere sul mercato dei poteri economici e finanziari, ma a diventare cittadini del mondo che lottano per l’inclusione e la giustizia sociale.

Angelo Stefanini

 

 


/ In fase di aggiornamento… | * Alcune Lettere di don Tullio Contiero


Trascrizione online | A cura della  Redazione dontoninobello.info


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