Cinque anni dopo * rivivo il viaggio a Sarajevo (Raniero La Valle)

1 Ripensandoci cinque anni dopo, io rivivo il viaggio a Sarajevo con don Tonino Bello, in quella vigilia dell’Immacolata cinquecento persone sono già «un popolo», che cantando i canti delle ascensioni, mentre tutto intorno era guerra, blocchi, campi minati, con inarrestabile determinazione saliva verso la città, posta sul monte, per rompere l’assedio, per vincerne la solitudine, per celebrarvi la festa della condivisione e della comunione. Quel popolo aveva un capo, che certo era don Albino Bazzotto, che lo doveva portare alla città, ma aveva una guida che lo conduceva oltre la città, e questo era don Tonino; un vescovo che il mistero della vita stava già portando verso un’altra città, la Gerusalemme celeste, che infatti dopo poco avrebbe raggiunto; e proprio la Gerusalemme celeste, al di là della città ferita di case e di pietre, quel vescovo additava a quel popolo in cammino, come mare, una città dove l’odio si mutasse in amore, la divisione si convertisse in unità, la vendetta si rovesciasse in perdono, le armi si trasformassero in vomeri e i bagliori dei traccianti che attraversano la notte si perdessero nella luce che non tramonta.

Per questa presenza di don Tonino Bello, e del vescovo suo amico, mons. Bettazzi, e di obiettori di coscienza pronti al dono della vita, e di semplici cristiani – laici, suore, monaci, preti – venuti da tutta Europa, quella che avrebbe potuto essere solo una temeraria iniziativa di base, una marcia di contestazione del potere, un «exploit» del movimento pacifista è divenuta «un segno dei tempi», una sorta di «sacra rappresentazione» del ritorno messianico degli esuli alla patria.

Com’è di ogni anticipazione messianica, la realtà effettuale è rimasta ben al di qua di quella rappresentazione. Certo, l’assedio infine è stato tolto, le armi dei cecchini hanno cessato di sparare, la montagna non incombe più minacciosa sulla città, truppe neutrali, anche italiane, hanno preso il posto delle fazioni armate in lotta. Tuttavia la pace non si è fatta, il paese è rimasto diviso e soprattutto, non si è superata la distanza più distruttiva e lacerante della crisi, vale a dire la contrapposizione religiosa ed etnica; anzi, proprio sull’irrigidimento e la perpetuazione della divisione etnica e confessionale, si sono fondati gli «accordi di Dayton».

La politica intesa nel suo senso deteriore di politica, di egemonia o di potenza, ha ripreso lo spazio strappatole per un attimo dalla profezia.

E tuttavia il realismo impone di accettare e difendere i risultati acquisiti, sapendo però che la devastazione prodottasi in Jugoslavia, se non giudicata e sanata, rischia di produrre danni incontenibili; e non solo in quei territori, dove oggi il punto più critico, capace di provocare una nuova esplosione, è quella del Kossovo, ma ben al di là di quei confini. Il conflitto tra etnie, religioni e «civiltà» che si è acceso nei Balcani, rischia, infatti, di essere assunto come norma generale dei futuri rapporti mondiali e come paradigma interpretativo degli scenari che si sono prodotti dopo la rimozione del muro di Berlino e che si svilupperanno nel prevedibile futuro.

Un politologo americano, Samuel Runtington, dopo averne scritto su «Foreign Affaire», ha pubblicato un libro intitolato Lo scontro della civilizzazione (The clash of civilisation, in francese Le choc des civilisations, ed. Jacob, Parigi), portandone poi in giro la tesi in tutto il mondo, dall’Arabia Saudita, all’Europa, al Sud Africa, al Giappone; e la tesi è questa, che, come il prototipo Jugoslavia dimostra, le future linee di divisione del mondo passeranno sui confini tra le diverse civilizzazioni, e che il loro rapporto sarà inevitabilmente di scontro, di «choc», perché ogni civilizzazione, (comprendendo in essa fattori etnici, culturali e religiosi) non potrà che cercare di affermare la propria identità contrapponendosi e negando le altrui identità, sicché il risultato sarà quello di conflitti più o meno cruenti e di vere e proprie guerre di religione. Tali civilizzazioni, nell’analisi di Huntington, sono sette e otto: quella occidentale euro-americana (non più maggioritaria ed egemone), quella cattolica latino-americana, quella slava cristiano-ortodossa, l’Islam, la civilizzazione Indù, quella confuciana, quella africana, quella giapponese.

Purtroppo le analisi, le previsioni, gli scenari non sono mai innocenti, né innocui; se così si interpreta il mondo e si riesce a far passare fra i «media» o i formatori di opinioni questa interpretazione, si può essere ben sicuri che la fredda analisi dello scienziato ben presto diverrà la rovente pratica del politico; e che su questo paradigma saranno impostate le politiche delle Potenze.

Ma ciò è per l’appunto l’opposto di quanto l’umanità ha agognato, sperato e costruito in questi ultimi decenni del secolo: un paradigma di rapporti mondiali non di scontro, ma di incontro; una civiltà dell’amore e lenta gestazione di un «uomo planetario»; un rapporto tra civilizzazioni di dialogo, di scambio, di reciproca accoglienza e fecondazione; un crescere e generarsi di rapporti ecumenici e interreligiosi tra le Chiese e le fedi; una circolazione e integrazione universale non solo di merci e capitali ma anche di persone e di beni immateriali, insomma, come diceva don Tonino Bello, una «convivialità delle differenze».

Dunque, cinque anni dopo la profetica salita a Sarajevo, la sfida è più che mai aperta e anzi ha assunto una portata mondiale; quella malattia mortale che nella città martire si è diffusa, minaccia il contagio: quel paradigma di rifiuto e di lotta tra etnie esclusive e nemiche, rischia di essere assunto come paradigma ermeneutica e politico di un intero corso storico. Più che mai l’inerme, luminoso e potente messaggio di riconciliazione e di pace di don Tonino Bello, resta la nostra speranza e il nostro impegno.

Raniero La Valle  [gennaio 1998]

*  articolo recuperato grazie alla collaborazione di Giuseppe Nappi e Laura Cirillo.


Trascrizione online | A cura della  Redazione dontoninobello.info


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* don Tonino al ritorno da Sarajevo

 
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  1. * il Grembiule, n. 1, gennaio 1998