A cena con don Tonino (Francesco Fiore)

[…] a 16 anni dalla sua scomparsa è sempre vivo il ricordo di don Tonino in quelli che lo conobbero, ma non solo… [e] sono tanti coloro che dopo la sua morte hanno cominciato a conoscerlo e ad apprezzare la straordinarietà della sua vita e delle sue idee. Non è certo un caso se a soli tre anni dal suo dies natalis sia stato proclamato al salone del Libro e della Comunicazione Religiosa a Milano “Autore dell’anno 1996” dall’Unione Editori e Librai Cattolici Italiani…

Ancor oggi, nelle sue pagine, occasionali e vivacissime, vibra l’eco della profezia poiché la potenza dei “segni” di don Tonino è nel suo essere stato caparbiamente e instancabilmente sognatore. Un vescovo sognatore quindi. Un vescovo che rimaneva inebriato dinanzi ai grandi sognatori della storia (soprattutto biblica) che sosteneva la necessità di contare su uomini capaci di sognare ad occhi aperti. Nei suoi scritti è forte il richiamo a non perdere l’abitudine a sognare. In una sua lettera a Giuseppe, l’ebreo figlio di Giacobbe, comincia proprio così: «Carissimo Giuseppe, la domanda la giro a te che te ne intendi: se cioè, la razza dei sognatori sia utile all’umanità oppure va combattuta proprio per quella carica di fuga che il sogno sembra favorire». E proprio dalla vicenda di Giuseppe, famoso sognatore e interprete di sogni, trae la conclusione che «Non bisogna sparare sui sognatori. Perché, a dispetto di ogni realismo scientifico, che pretende di far tenere ad ogni costo i piedi per terra coloro che oggi camminano con la testa per aria saranno gli unici ad avere ragione domani».

Elencare ed analizzare l’innumerevole serie di sogni che hanno affollato le notti e i giorni di questo vescovo, richiederebbe tempo, spazio e… penna di cui onestamente non dispongo. In ogni modo anch’io desidero lasciare una testimonianza con lo scopo di contribuire – insieme a tanti – a divulgare la portata del messaggio evangelico di don Tonino.

Testimonierò su di lui che ho avuto la fortuna di frequentare, ovviamente ci tengo a rilevarlo, non rivendico alcun primato d’amicizia, dato che il nostro “prete del Sud” considerava ogni uomo quale primus inter pares e saggiamente intratteneva un rapporto esclusivo sia con gli ultimi che con i primi.

Di quella serata trascorsa con don Tonino – nonostante siano passati più di diciassette anni – ho ancora un’immagine nitida: mi riferisco ad un felice episodio svoltosi nel periodo in cui avevo un incarico nell’Azione Cattolica giovanile e facevo parte della redazione della rivista Luce & Vita Insieme, per cui partecipavo a riunioni tenute presso i locali del palazzo vescovile. A volte – specie in estate – terminavamo tardi, anche oltre la mezzanotte, e non era raro vedere rientrare don Tonino a conclusione di una delle sue tante giornate trascorse intensamente fuori casa. Questi era solito parcheggiare la sua vecchia auto nel cortile dell’episcopio e puntualmente precipitarsi nelle nostre stanze che dall’esterno apparivano illuminate. A chi come me, fino a quel momento, avvertiva un po’ di stanchezza o indolenza perché ormai s’era fatto tardi ed erano state tante le problematiche affrontate, la presenza di don Tonino spazzava via improvvisamente ogni malumore. Con volto sorridente e parole prorompenti, egli riusciva a scuoterci, a riconoscere anche attraverso i nostri piccoli conflitti decisionali delle occasioni di approfondimento e di crescita, a rigenerarci e a farci vivere gli ultimi momenti di un incontro quasi come la fine di una festa, lasciandoci quindi – paradossalmente – dispiaciuti d’accomiatarci.

Una sera, però, quel dispiacere non vi fu, o meglio fu posticipato nel tempo. Infatti, il nostro amato vescovo c’invitò nel suo appartamento per cenare insieme. Accettammo molto volentieri. Don Tonino intraprendente come sempre, ci fece strada e, con passo spedito, cominciò a salire le scale che portavano alla propria abitazione quasi non fosse più nella pelle per la gioia che gli avevamo recato. Mi piace ricordare quanto per me – che certo non era la prima volta che mi recavo da lui – fosse sempre una continua meraviglia osservare i tanti ed innumerevoli libri scompaginati che riempivano ogni angolo della casa.

Sopraggiunti in cucina, don Tonino fu preso dall’ansia e dalla preoccupazione di non trovare cibo nel suo frigorifero e nei pensili. Si ricordò improvvisamente che aveva svuotato la dispensa per aiutare una madre di famiglia che nelle prime ore mattutine aveva bussato in episcopio chiedendo qualcosa da mangiare per i propri cari. Però, con suo grande sollievo, ricordò anche d’aver ricevuto delle “frise leccesi” da alcuni suoi parenti. Così, sorridente più che mai, si cinse di un grembiule e con fermezza ci sollecitò a prender posto, obbligandoci a non muovere un dito per aiutarlo nei preparativi della cena. Io personalmente mi sentii frastornato e m’interrogai su come fosse possibile che un vescovo decidesse di volerci alla sua cena e addirittura di servircela quasi fossimo noi le autorità da riverire.

È inutile dirlo, don Tonino con quel suo modo di fare rafforzò ancor più le mie convinzioni sulla sua carismatica persona; pronta al servizio in ogni circostanza; e appunto, in quella circostanza, continuava a mettere in pratica ciò che sempre aveva sostenuto e cioè che il grembiule è l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo e che solo diventando servi fino in fondo «la solitudine affettiva, la lacerazione del cuore, l’incomprensione della gente, l’incomunicabilità con i fratelli,  lo stress di un lavoro che snerva, l’incertezza economica, la penuria dei mezzi per sopravvivere…» non faranno più paura.

Consumammo in allegria le “frise” con un filo d’olio d’oliva e dei “pomodorini”.  Sul finire del pasto decisi di chiedergli se avesse ricevuto l’ultima mia lettera dato che ero solito indirizzargliene per renderlo partecipe di questioni che riguardavano la nostra diocesi o puramente per solidarizzare con lui per le sue prese di posizione a volte malignamente interpretate o fraintese dal “benpensante di turno”. Don Tonino mi rispose d’averla letta, ma volle subito giustificarsi per non aver avuto la possibilità di rispondermi e, quasi mortificato,  mi mostrò una grande cassa di legno stracolma di lettere arrivate nell’ultimo mese.

Rimasi sorpreso da tanta corrispondenza e gli dissi che mi avrebbe fatto ugualmente piacere se avesse continuato a leggere le mie lettere anche senza darvi risposta. Con questa mia affermazione don Tonino apparve  rincuorato.

Curiosi, io insieme agli altri, volemmo approfittarne per domandargli quale tra quelle innumerevoli lettere lo avesse maggiormente colpito. Don Tonino fece una cernita e tra le missive, con una mano, ne estrasse una elevandola al cielo quasi fosse un trofeo. Fu quello il momento che rese memorabile la serata. Difatti, desiderosi di sapere il contenuto della lettera, ci accostammo il più possibile a lui che non esitò a farcela leggere. Con nostro grande stupore prendemmo atto che era un mero foglio di canti religiosi spagnoli. Inizialmente non capimmo cosa potesse esserci di tanto importante in quella lettera. Poi don Tonino spiegò di aver conosciuto un uomo speciale, un ateo, di grande cultura e sensibilità, con cui però era nata più di un’amicizia: la fede comune in Cristo. Questa persona che per lavoro girava diversi paesi e nazioni, gli aveva promesso che durante i propri viaggi, per ogni chiesa che avesse raggiunto, avrebbe recitato una preghiera e raccolto un canto da recapitargli, a sigillo di quello straordinario “vincolo” che li univa.

Negli anni il racconto di questo splendido episodio, mi ha suggerito che anche quando un uomo ritiene di aver consolidato le proprie convinzioni, tanto da considerarle inconfutabili, può sempre scoprire qualcuno o qualcosa capace di instillargli dei dubbi; in quel momento allora si sente smarrito. Il fascino della figura di don Tonino stava – evidentemente – nel mettere in crisi le coscienze, nel mettere in discussione le scelte di vita di chi lo incrociava; traghettando uomini dalla propria solitudine e dal proprio deserto morale verso una meta che assicurasse loro prospettive migliori.

Insomma, tra i miracoli di questo vescovo, c’era senza dubbio quella sua grande capacità di polarizzare la vita di non credenti o miscredenti all’amore sincero per Cristo. A nessuno può sfuggire, allora che la beatificazione di un personaggio di tale calibro, oggi aprirebbe un varco notevole nel cammino ecumenico di purificazione e di rinnovamento della Chiesa italiana, assegnando un valore esemplare a uno stile pastorale così dinamico e così… coinvolgente.

Francesco Fiore, 22 aprile 2009.

 

Trascrizione online | A cura della  Redazione dontoninobello.info


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