Alexander Langer e don Tonino Bello (Edi Rabini)

1 Era molto geloso della sua vita privata Alexander Langer. Nonostante gli impegni politici, ne aveva una molto intensa fatta di scambi affettivi ed intellettuali con numerose persone dalle quali cercava impulsi, amicizia, energia. Del suo rapporto con don Tonino Bello si trovano diverse tracce nel computer che ha lasciato.

Il 21 aprile 1992 scrive: “Domenica scorsa – don Tonino Bello – così tutti chiamavano questo mite e coraggioso vescovo di Molfetta – si era reso conto che la sua vita stava davvero per finire. Chiamò intorno a sé le persone più vicine, come aveva fatto nelle ultime settimane con coloro che, pur lontani dalla sua Puglia, sentiva legati agli stessi ideali. Ad ognuno affidò qualche parola, mise a cuore grandi e piccole cause, persone.”

Non so quali parole avesse affidato a lui, che era andato a trovarlo alcuni giorni prima, 16 marzo, e ne era tornato pure con un messaggio per il vescovo di Wilhelm Egger. In un bel testo che si ritrova nel cd rom curato dalla Casa della Nonviolenza di Verona, ricorda che don Tonino, mentre già lottava contro il tumore, aveva deciso di imbarcarsi da Ancona, nel dicembre del 1992, per andare nella Sarajevo accerchiata e testimoniare “la speranza contro ogni evidenza di guerra”. “Tornò pieno di dubbi, e non li nascose: aveva vissuto con acuto dolore l’impotenza della pura proclamazione di pace, non se la sentiva di dare o escludere indicazioni operative, ma era sicuro di una cosa, come nei giorni della guerra del Golfo: che la pace, per affermarsi, ha bisogno innanzitutto di persone pacifiche e di mezzi pacifici”.

Ai partecipanti al “Verona Forum per la pace e riconciliazione nell’ex-Jugoslavia”, che riuniva un centinaio di esponenti qualificati di tutti i popoli dell’ex-federazione, aveva inviato uno dei suoi ultimi messaggi, il 3 aprile 1993: “Il mosaico di pace e convivenza che traccerete la domenica delle Palme a Verona – aveva scritto – sarà un’icona pasquale della vittoria della storia su ogni morte, e su ogni guerra”. Forse era stata proprio la prima guerra del Golfo a farli incontrare Alex e don Tonino. Si era infatti svolta a Bolzano, nella notte del 31 dicembre 1990, la 23a Marcia della pace promossa da Pax Christi. Assieme a don Tonino e ad oltre 2000 persone, c’erano il vescovo di Bolzano Egger, quello di Pavia Giovanni Volta e d’Ivrea Luigi Bettazzi.

Un lungo applauso aveva accolto la lettura in Duomo di un appello, di cui Alexander Langer era stato coautore, in cui si invitava la Santa Sede “a non lasciare nulla di intentato per mettere la sua autorità e la sua sapienza, anche diplomatica, al servizio della ricerca di dialogo e di una soluzione pacifica della crisi nel Golfo”, e il Governo italiano “a riprendere in mano quell’iniziativa di esplorazione, di dialogo e di missione a Bagdad, che pochi giorni fa sembrava a portata di mano, o quant’altro sembrerà utile per fermare la corsa allo scontro bellico”. Dieci anni ora sembrano davvero passati invano.

Costruire pace e convivenza era stata la missione che Alex Langer si era dato fin da giovanissimo. “La pace è stata scambiata – sostiene ad un incontro del 1967 promosso dall’Azione Cattolica – per il quieto vivere ed il discorso che i cristiani hanno portato avanti si è ridotto nei secoli ad una pace prevalentemente interiore, una pace “menefreghista” che vede la sua tranquillità nell’assenza di relazioni. Certo, l’assenza di relazioni è anche assenza di tensioni, ma una pace vera che si riconosca nell’amore è monca se non entra in relazione con gli altri.”

Nel 1993, continuando un discorso mai interrotto, non aveva mancato di elogiare il “pacifismo concreto” che stava vedendo all’opera nell’ex-Jugoslavia. “I pacifisti – scriveva nella rubrica Segni dei tempi di AAM Terra Nuova – sono più presenti che mai nel conflitto jugoslavo. Con meno tifo e meno bandiere, meno slogans e meno manifestazioni, ma con un’infinita quantità di visite, scambi, aiuti, gemellaggi, carovane di pace e quant’altro.

Un pacifismo (finalmente!) meno gridato, ma assai più solido e più concreto. Il che vuol dire anche più complicato, perché la vita è complicata, e la pace non si ottiene per vie semplicistiche: né con il sostegno unilaterale alle parti ritenute “buone” e “vittime”, e neanche con l’idea che un massiccio intervento armato esterno potrebbe davvero pacificare la regione.”

Ma altrettanto problematico gli appariva il “pacifismo dogmatico”. “Mi sono molto meravigliato come alcune delle persone che sono andate a Sarajevo con i Beati costruttori di pace nel dicembre scorso – scriveva nello stesso articolo – siano tornate da quella esperienza estrema e singolare, di grandissimo significato umano, con lo stesso discorso aprioristico che facevano prima, e con lo stesso atteggiamento solo declamatorio sul valore universale della pace e dei diritti umani.

A differenza delle testimonianze assai veraci e problematiche di alcuni partecipanti (come quelle dei vescovi don Tonino Bello e mons. Bettazzi), altri reduci da Sarajevo non apparivano intaccati più di tanto dal fatto che i bosniaci assediati chiedano disperatamente un aiuto contro gli aggressori assedianti (ed armi per difendersi da sé, se l’aiuto esterno non viene). Una sanguinosa epurazione etnica a suon di massacri, stupri, deportazioni e devastazioni va avanti a tappeto, la popolazione di per sé largamente interetnica viene costretta a schierarsi con una parte contro l’altra, un baratro profondo rischia di riaprirsi tra est e ovest, tra cristiani e musulmani, tra europei da difendere ed europei che possono essere macellati tranquillamente.

Tutto questo non può trovare come unica risposta l’invocazione astratta della non-violenza.”

E intervenendo ad un bel incontro tra abati e abadesse a Praglia, nel febbraio 1995, Alex si era dimostrato molto preoccupato per il futuro della democrazia.

“L’autorità democratica – aveva detto in quella sede – come la conosciamo oggi, si basa essenzialmente sul consenso elettorale. Ciò significa che essa è costantemente sottoposta alla mediazione deformante dei mezzi di comunicazione di massa, ed al rinnovo spasmodico ogni pochi anni (col voto), quando non addirittura nei mesi o settimane, attraverso l’uso frequente di sondaggi più o meno attendibili. Diventa difficile, dunque, esercitare un’autorità lungimirante e libera dalle pressioni demagogiche del breve e brevissimo periodo. Ciò si riflette pesantemente su molte decisioni (o non-decisioni) particolarmente importanti e con conseguenze rilevantissime nel lungo periodo: pensiamo all’ambiente (costruzione di grandi opere, valutazione di impatto ambientale, decisioni che implicano autolimitazioni…), alle decisioni su pace e guerra, all’impostazione del sistema educativo e scolastico, alla pianificazione del territorio…: chi decide, dovrebbe spesso – se vuole prendere decisioni sagge e consistenti – pronunciarsi contro gli interessi e le pressioni del breve periodo, ma deve al tempo stesso basarsi su un consenso magari miope, nell’immediato. Il degrado dell’autorità in demagogia, immagine, effimero, sondaggio, facile popolarità, semplificazione… mette a dura prova le stesse prospettive della democrazia: ne possono derivare ingannevoli miraggi autoritari (videocrazia, deriva plebiscitaria, populismo…), fughe nel privato, perdita di fiducia e di partecipazione, spinte alla delegittimazione di ogni autorità, vista la sua scarsissima consistenza”.  “C’è quindi un forte bisogno di autorevolezza, di autorità rispettata e condivisa, credibile e ritenuta saggia, meglio legittimata e meglio fondata di quanto non si incontri oggi normalmente”.

Pensava con nostalgia a don Tonino Bello e ai tanti padri spirituali, laici e religiosi, che erano nel frattempo scomparsi. Proprio in quel periodo infatti, mentre sente avvicinarsi l’estrema decisione, Alex riprende in mano una riflessione sul profeta Giona, che aveva tenuto su invito del “suo” vescovo a Bolzano il 5 aprile 1991. La traduce in italiano e la dedica a don Tonino, aggiungendovi una parte introduttiva e una disperata conclusione. “È un tempo, questo, in cui non passa giorno senza che si getti qualche pietra sull’impegno pubblico, specie politico.

Troppa è la corruzione, la falsità, il trionfo dell’apparenza e della volgarità. Troppo accreditati i finti rinnovamenti, moralismi abusivi, demagogia e semplicismo. Troppo evidente la carica di eversione e deviazione che caratterizza mansioni che dovevano essere di estrema responsabilità. Troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare – semmai – altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano? O dobbiamo forse riandare alla storia di Giona, precettato per recarsi a Ninive, a raccontare agli abitanti di quella città una novella pesante e sgradevole, tanto da indurlo alla diserzione, imbarcandosi sulla prima nave che andava in direzione lontana e contraria, pur di non portare il messaggio?”.

“Non so – concludeva – come don Tonino abbia deciso di fare il prete e il vescovo. Non so se abbia mai sentito forti esitazioni, l’impulso di dimettersi, una sensazione di inutilità del suo mandato. Probabilmente non aveva mai bisogno della tempesta e della balena per essere richiamato alla sua missione. Forse sentiva intorno a sèé una verità e una semplicità con radici profonde, antiche e popolari. Beati i profeti che non devono passare per la pancia della balena”.

Forse proprio di Giona avevano parlato Alex e don Tonino durante l’ultimo incontro.

Edi Rabini, aprile 2003


Trascrizione online | A cura della  Redazione dontoninobello.info


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* don Tonino al ritorno da Sarajevo

 
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  1. * Mosaico di pace, aprile 2003