Mi offristi la tua ala di riserva perché riprendessi il volo (Edvige Di Venezia)

1 Desidero dar voce oggi ai sentimenti più profondi di gratitudine per ciò che sei stato nella mia vita. Tanto è stato scritto e detto di te in questi giorni; io, però, voglio raccontare la mia personalissima esperienza di te, da “domestica” della tua casa, come affettuosamente mi definivi precisando che cosa intendevi: «Persona che appartiene alla casa, alla famiglia». La prima volta che t’incontrai era un vespro d’inizio primavera. Mi parlasti per ore. Di prati verdi, di cieli nuovi e di terra nuova, di mari azzurri, di ormeggi rotti, di vele issate al vento dello Spirito… Ti ascoltavo stupita e rapita da una proposta così affascinante e carica di sorprese. Mi offristi la tua ala di riserva perché riprendessi il volo.

Dopo quel giorno tornai ancora: non presagivo che sarei restata in volo con te fino alla tua Croce. Non è stato facile starti accanto. D’altra parte, dicevi tante volte che amare è voce del verbo morire, è soffrire per far cadere le squame dell’egoismo… Volerti bene, però, è stata per me un’esperienza esaltante, un momento di grazia. Potrei dire tante cose di te, ma so che non avresti gradito. Non posso tuttavia tacere ciò che mi ha affascinato in te.

La tua povertà, prima di tutto. Tu povero sei stato davvero! Povero di tutto. Di cose. Di tempo. Di spazio… Non dimenticherò mai la tua mensa disadorna su cui, a volte, mancava anche l’essenziale. E non permettevi ad alcuno di occuparsi della tua persona: volevi che nessuno pensasse che la tua vita fosse protetta, che tu, il vescovo, non affrontassi le difficoltà quotidiane dei comuni mortali; volevi soprattutto condividere così le privazioni dei poveri, con gioia.

La berceuse (di Vincent van Gogh, 1889) per Edvige
La berceuse (di Vincent van Gogh, 1889)… per Edvige…

E che dire del tuo verginale riserbo? La tua è stata una castità radicale, senza cedimenti e senza compromessi. Sapevi amare col cuore di Dio, in ogni momento. Ed anch’io ho cercato di amarti così. Con te ho gustato quella carità che è rispettosa, paziente, benigna: quella tenerezza che è presenza sobria, al limite del silenzio.

Un giorno, arrivando ad Assisi, ammirammo da lontano il colle di Francesco, umile, eppure così grande. Quella visione maestosa ti fece esclamare: «Di che cosa è capace un uomo!» E poi, volgendo lo sguardo verso di me aggiungesti: «E una donna!» Sì: non ti sei mai stancato di additarmi la strada della santità. Ai tuoi occhi sono sempre stata “basilica maggiore”. Sul mio capo hai sempre visto la “corona regale”.

Il tuo cuore era quel pozzo senza fondo che attribuivi a Maria, donna innamorata. Anche tu, come lei, sapevi comporre bene i rapimenti in Dio e la passione per le creature. Avevi animo di poeta. Ne parlavi spesso recitando versi. Ti chiedevi se la poesia fosse in fuga in avanti o un ritorno all’innocenza. Concludevi che comunque era preziosa per te e ne avevi bisogno.

Conservo tanti ricordi di te, tutti carichi di nostalgia. Gli anni di Luce e Vita (il settimanale diocesano di don Tonino, ndr), splendidi: scrivevo per te, tu eri il mio diretto interlocutore, scritto dopo scritto non mi facevi mai mancare il tuo «Bellissimo, brava!».

La Messa della sera nella penombra della tua cappella, col cuore aperto al mondo intero: non mancavano mai nelle tue preghiere le tragedie dell’umanità e dei singoli, avevi sempre un pensiero per tutti.

Ricevevo molto più di quanto ti donassi. Io, simile a Marta, mi preoccupavo di non farti mancare le cose, pur sempre segno dell’affetto: tu mi avresti voluta docile all’ascolto come Maria. Quante volte mi hai esortata a scegliere la parte migliore e hai spezzato per me il pane della Parola.

Quella domenica, l’ultima, quando arrivai mi dissero che stavi salutando tutti. Avevo quasi timore di farmi vedere da te: certi saluti nascondono tristi presagi. Entrai nella tua camera mentre eri assopito; ho la certezza, però, che ti sia accorto della mia presenza ed abbia continuato a tenere gli occhi chiusi. Non c’era bisogno di parole: il tuo ultimo messaggio me lo avevi lasciato per iscritto qualche giorno prima; mi affidavi a Maria, perché mi fosse vicina nel cammino della vita e desse significati profondi alle mie scelte più grandi.

Sei stato un segno per me, segno del Signore. Ho avuto per te le stesse premure che avrei avuto per Lui se l’avessi incontrato in carne ed ossa sulla mia strada. Così ho condiviso fatiche e consolazioni del tuo ministero.

Ora che finalmente corri sui prati verdi che tanto hai contemplato nella fede, ora che i tuoi occhi si inebriano dei cieli nuovi di cui hanno sempre avuto un riflesso, ora che vivi nella domenica senza tramonto, ora più che mai, vinte le lacerazioni del tempo e dello spazio, prestami ancora la tua ala di riserva e sii mio compagno di volo fino all’ultimo respiro della mia vita.

Con affetto grandissimo.

Edvige Di Venezia, diario..


Trascrizione online | A cura della  Redazione dontoninobello.info


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  1. Famiglia Cristiana, 26 maggio 1993