È rimasto tra la sua gente

don Tonino ricorda Mons. Giuseppe Ruotolo 1

Me la ricordo ancora con tutte le cadenze del gregoriano.

Era l’antifona che si cantava ai primi vespri dei santi confessori. Ma noi, per le sue allusioni, la cantavamo spesso quando il vescovo entrava in cattedrale, nei giorni di festa.

L’organo esplodeva dapprima a pieni registri. Poi si placava nella dolcezza del sottofondo, per accompagnare il coro delle voci bianche che echeggiavano nella navata.


Sacerdos et pontifex

Tutti, allora, si levavano in piedi, segnandosi all’aspersione dell’acqua benedetta, mentre lui, il vescovo, seguito dai dignitari del Capitolo, avanzava lentamente ed elargiva benedizioni sulla folla.

Pur piccolo di statura, aveva nel portamento una maestà regale, che il candido ermellino e il lungo strascico dell’abito paonazzo, retto dal caudatario, contribuivano ad esaltare.

Mons. Ruotolo sembrava nato per essere «sacerdos et pontifex». Io non so se fosse merito del suo carattere, amabile e austero, o fosse merito dei tempi, che certamente più di quanto non avvenga oggi, conciliavano l’anima con le cose arcane. So però che lui, nella celebrazione di un rito, sapeva condurre come nessun altro alle soglie del mistero, e ti lasciava lì, col corpo all’interno del tempio, ma con l’anima in preda allo stupore e assorta nella contemplazione delle «cose di lassù».

Senza dubbio, in quegli anni, le consuetudini liturgiche, non ancora rinnovate contribuivano ad avvolgere di fascino la figura del vescovo, che trasfigurato nelle insegne pontificali e compreso del suo ruolo sovrumano, ti passava sotto gli occhi come un essere venuto dal futuro.

Libro e bugia, dalmatiche e faldistori, guanti e calzari, genuflessioni e baci d’anello… davano a Mons. Ruotolo un’aura sacerdotale di rara suggestione.

Ma sotto tutti quei segni, c’era lui: un uomo che con la santità aveva a che fare sul serio. Se no, non si spiegherebbero quei lunghi silenzi davanti al Sacramento nella cattedrale gremita di popolo, che ammutoliva d’incanto, per non disturbare la preghiera del suo pastore. Né si spiegherebbero quelle emozioni, al limite del pianto, che la sua parola semplice e convincente sapeva suscitare nel cuore di tutti.

Anche l’aspetto sacrale che negli anni quaranta e cinquanta toccava ancora tutte le manifestazioni della vita pubblica, dalla inaugurazione di un edificio scolastico all’accoglienza in municipio di un ministro di Stato, conferiva al vescovo, soprattutto in una piccola diocesi come la nostra, un prestigio ieratico, proprio dell’autorità che non si discute.

Con i politici manteneva i rapporti di rispettosa distanza, che lo preservavano da accomodanti piaggerie, lo mettevano al riparo da inopportune invadenze, e non gli impedivano di denunciare i soprusi che si perpetravano ai danni della povera gente.

In mezzo al popolo si sentiva felice.

Quando giungeva in un paese per le cresime o per la visita pastorale, era tutto un corteggio di notabili e di confraternite, di associazioni e di terzi ordini, che lo attendevano all’ingresso della chiesa o fuori dell’abitato. Gli stendardi garrivano al vento, gli scapolari fremevano sul petto, e la fascia tricolore del sindaco vibrava di festa. Mons. Ruotolo offriva sorridendo la mano per il bacio dell’anello; poi, esaurite le formalità del saluto rituale, accarezzava i bambini, e ricercava subito con lo sguardo la gente comune, che, ripagandogli la benedizione, gli mandava baci da lontano.

Pontefice. Costruttore di ponti, cioè. Tra il cielo e la terra. Tra il suo popolo e il suo Signore.

Mons. Ruotolo viveva unicamente per questo.

La si sperimentava con mano, questa forza mediatrice, in tutti i suoi gesti sacerdotali, ma soprattutto quando passava processionalmente per le strade cittadine, reggendo l’ostensorio nella festa del «Corpus Domini». Rapito in quell’ostia sembrava volesse sbriciolarne la fragilità per lasciare un frammento di Dio in ogni abitazione del paese. Il popolo cantava: «Ti adoro ogni momento, o vivo Pan del Ciel, gran sacramento». I turiboli spandevano volute d’incenso. I petali dei fiori gli cadevano sul capo bianco come anticipi di ghirlande future. E la brezza di giugno faceva alitare nell’aria i profumi della campagna di Ugento.

Mons. Ruotolo non si smentiva mai. Sia che consacrasse un giovane prete, sia che benedicesse un altare, sia che inaugurasse un monumento, sia che concludesse una Via Crucis all’aperto, sia che aprisse una missione popolare, sia che guidasse un pellegrinaggio a Santa Maria di Leuca, sia che prendesse la parola nei Congressi eucaristici e mariani, scuoteva gli animi come nessuno sapeva fare.

Veniva creduto, perché era credibile. Ed era credibile perché era credente. Quello che diceva, lo sentiva lui per primo e lo viveva fino in fondo.

Ma era nella sua cappella privata che egli aveva la sua officina di costruttore di ponti. I suoi attrezzi di lavoro li custodiva lì. E anche i progetti delle sue costruzioni più ardite nascevano in quelle lunghe ore trascorse davanti al tabernacolo.

La sua era una preghiera certamente all’antica. Scandita, cioè, da moduli e tempi che non cedevano nulla all’improvvisazione o all’estro. Oggi siamo diventati più disinvolti. Stare in ginocchio o seduti per noi è la stessa cosa. Ripetere una formula o inventarcela di sana pianta non fa differenza. Leggere la visita al SS. Sacramento di Sant’Alfonso o un articolo di giornale pare che produca gli stessi risultati. Non si va per il sottile quanto a sussidi spirituali. Pregare in chiesa o sotto un albero non fa problema. Meditare su un testo solido di ascetica o starsene a fare la «ruminatio» sulla paglia della propria autarchia non crea traumi.

Non c’erano a quei tempi le scuole di preghiera, né erano molto conosciuti gli approcci alla Parola su cui oggi sa dissertare con competenza anche il più sprovveduto seminarista.

Ai tempi di Mons. Ruotolo non era così. In fatto di indirizzi ascetici e «pratiche di pietà», si era più rigidi. Si andava avanti con gli antichi manuali di Tanquèrey. Che forse comprimevano un po’ troppo la fantasia imbrigliandola nell’aridità degli schemi, ma in compenso assicuravano una notevole tenuta di equilibrio spirituale.

Mi pare giusto, però, osservare che, se lui si giocava la vita interiore sui binari classici della tradizione ascetica, e dedicava ore intere del giorno e della notte alla preghiera, distribuendola nel tempo con puntigliosa sistematicità, e utilizzando sapientemente gli aiuti che la letteratura corrente metteva a disposizione, non è perché gli facesse difetto l’originalità, o si fosse sclerotizzato in un ritmo ripetitivo, o ignorasse i metodi cosiddetti moderni dell’orazione mentale, quanto perché sperimentava che il suo stile, puntuale e severo, organicamente centrato attorno al tabernacolo, oltre che «sacrificium laudis», era segno di diuturna fedeltà al Signore e strumento di una doverosa esemplarità da offrire al popolo.

Et virtutum opifex

Mons. Ruotolo, complice dello Spirito, era provocatore di virtù. Artigiano sapiente di vite generose. Suscitatore di anime forti.

Prima ancora che la «Lumen Gentium» esortasse i pastori a «farsi modello del gregge e promuovere, anche con l’esempio, la chiesa a una santità ogni giorno più grandi» (n. 41), lui viveva coscientemente queste indicazioni del Concilio.

Il Direttorio pastorale dei Vescovi «Ecclesiae imago» venne pubblicato nel 1973, quando lui era già morto. Ma verrebbe la voglia di scorrere l’intero capitolo quarto, dedicato alle virtù che devono permeare la vita del vescovo, e leggervi in filigrana l’intera esistenza di Mons. Ruotolo. Non c’è una riga che non si attagli alle sue misure. Non c’è un passaggio che non riverberi la sua esemplarità. Non c’è indicazione che non alluda a sfumature del suo stile pastorale.

Viveva la logica delle beatitudini evangeliche, armonizzando la dolcezza con la fortezza, la prudenza con l’audacia, il riserbo verginale con l’affabilità del tratto, la modestia del tenore di vita con la signorilità del portamento, l’obbedienza alla Chiesa con l’autonomia delle decisioni, l’umiltà personale con la fierezza del ruolo, il ministero della misericordia con l’autorità del governo.

A volte, da alcune gradazioni delicatissime della sua personalità, e perfino dalla freschezza del volto o dalla trasparenza dei grandi occhi neri era facile cogliere nel suo profondo, come attraverso delle feritoie, quello stadio mitico che va sotto il nome di infanzia spirituale.

Aveva una pazienza incredibile. Solo quando rarissimamente la perdeva, era possibile accorgersi quanta fatica gli costasse il controllo sui moti interiori dell’anima.

Aiutava i poveri, con discrezione, salvandone sempre la dignità. Solo Dio conosce gli elenchi di coloro che hanno beneficiato dei suoi silenziosi offertori. Ma a noi non è difficile dedurre da alcune smagliature del riserbo che egli stesso imponeva, quanto quegli elenchi fossero lunghi.

Egli, però, non si accontentava di percorrere per conto proprio questi sentieri obbligatori del Regno. Vi conduceva per mano anche gli altri, e li coinvolgeva nelle avventure della vita interiore.

Ed ecco la sua casa, che era punto di riferimento di tanti laici consacrati, per i quali la direzione spirituale di Mons. Ruotolo costituiva il motivo ispiratore di generosi progetti di santità. Ecco la consuetudine epistolare, che gli consentiva di farsi a distanza provocatore di virtù cristiane per tante anime bisognose di luce. Ecco lo zelo inesausto, con cui sollecitava l’Azione Cattolica a sperimentare le profondità del’amicizia con Gesù Cristo. Ecco la passione dell’uomo innamorato di Dio, che lo spingeva a indicare a presbiteri e seminaristi i segreti di quella «apostolica vivendi forma» di cui era conoscitore. Ecco la sollecitudine, con cui volle istituire lui stesso una fiorente associazione di anime consacrate cui diede il nome di «araldine di Cristo Re».

Egli non era, comunque, promotore di una santità, per così dire, aristocratica. Né tracciava indicazioni valide soltanto per gli spiriti eletti o per i privilegiati della grazia. Ma, con la parola e con gli scritti, si rendeva artefice di virtù umane e cristiane soprattutto in mezzo alla gente più semplice.

La tenerezza per Maria traspariva in ogni suo gesto, ne additava ai giovani le virtù, ne attualizzava il messaggio in termini accessibili, rifuggendo dal barocco predicatorio che impersava sui pultpiti dell’epoca. All’ombra del Santuario fissava gli appuntamenti più solenni della vita ecclesiale. E quando il nome di Santa Maria di Leuca si aggiunse a quello di Ugento per indicare la diocesi, gli sembrò di concludere palesemente un’operazione di affido con cui, sin dal primo ingresso, aveva consacrato, in segreto, il suo popolo alla Madonna.

Fede, speranza e carità erano la trama e l’ordito di ogni suo intervento pastorale. Ma le variazioni sul tema erano tante.

Sicché, quando parlava di fede, non mancava di esortare alla lettura, in negativo e positivo, di quelli che, con una terminologia affermatasi successivamente, sarebbero stati chiamati segni dei tempi. La fiducia nella Provvidenza che dirige la storia, l’attenzione da porre nela salvaguardia della verità ricevuta dai padri, l’approfondimento del Vangelo (non si usava ancora con molta frequenza l’espressione «Parola di Dio») l’amore incondizionato per la Chiesa, l’obbedienza a tutta prova al successore di Pietro, erano le note dominanti delle sue esortazioni ascetiche.

Quando parlava di speranza, vibravano in lui gli accenti dell’ottimismo cristiano, incoraggiava a non arrendersi mai di fronte alle difficoltà. E insegnava ai poveri, con l’esempio prima che con le parole, a guardare sempre avanti, nonostante le tribolazioni della vita, a imitazione di Mosè il quale «era saldo come se vedesse l’invisibile» (Ebrei 11, 27).

Chiaramente, quando parlava di carità, toccava il vertice della forza persuasiva. I1 perdono delle offese, la solidarietà con i fratelli bisognosi, l’accoglienza degli esclusi dal banchetto della vita, il riconoscimento di Cristo nel volto del prossimo sofferente… sarebbero le voci più ricorrenti di un eventuale indice analitico che si volesse fare in calce alle sue lettere pastorali.

«Virtutum opifex». Stimolatore di virtù. Anche di quelle meno vicine al nucleo centrale della galassia teologale. Anche di quelle apparentemente più laiche. La probità dei costumi, l’amore per la verità, la propensione per il dialogo, l’ascolto dell’altro, la lungimiranza nella lettura degli avvenimenti, il rispetto della roba altrui, la fuga dalla smania di arricchirsi.

Ecco il linguaggio di Mons. Ruotolo. Un linguaggio che non diventa mai pedante, o rugiadoso, o funzionale a scopi di controllo sociale. Usava, invece, un modo di dire vivo ed entusiasta, soprattutto quando si rivolgeva ai giovani per esortarli alla trasparenza. Ripeteva loro spesso la frase di Kant: «Due cose riempiono la mia anima di ammirazione sempre nuova: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». E se lui, fedelissimo tornista, citava un autore così sospetto per le sue convinzioni, era perché con quella frase gli veniva offerto il destro di mettere in correlazione la morale col cielo, presentando sostanzialmente l’impegno etico come una risposta d’amore data a Gesù Cristo.

Pastor bone in populo

O pastore buono che stai in mezzo al popolo, prega il Signore per noi. Così proseguiva l’antifona dei santi confessori.

E forse così, rivolgendosi proprio a lui, pregava segretamente il popolo, quando Mons. Ruotolo passava tra due ali di folla, nello splendore degli abiti pontificali, e punteggiava i passi misurati col tintinnare del pastorale d’argento.

Egli è stato per trent’anni il pastore buono della diocesi ugentina. Una «love story» di straordinaria tenerezza, e un «record» di assoluta fedeltà all’unico amore.

Quando vi giunse nel 1938, le condizioni economiche e sociali di questa propaggine estrema del Salento erano a dir poco drammatiche. Una terra senza risorse. Bella nella patina ferrigna delle sue rocce. Splendida nel biancore dei suoi paesi. Malinconica nel contorcimento degli ulivi secolari. Struggente nella purezza del suo mare, e nel fulgore del suo biblico sole. Ma arida di pioggia e di speranza. Geograficamente emarginata, era fatta fuori dalle grandi linee di comunicazione e di trasporto. Con tutti i problemi che si accompagnano alla povertà provocata dallo strapotere degli altri. Priva di «leaders» capaci di interpretarne i bisogni, sembrava che gravassero sul suo popolo una certa quota di fatalismo, una punta di inerzia agli stimoli del cambio, un costume di assuefazione all’insicurezza e allo sfruttamento.

Anche la chiesa, sia pur animata da eccezionali figure di sacerdoti, non si distingueva certo per eccessi di audacia profetica (improponibile del resto a quei tempi) e, se non era complice del ristagno sociale, perlomeno si adattava senza troppi sussulti al ruolo della conservazione.

Si è sempre meridionali di qualcuno, scriveva Ugo Ojetti. Sicché questo lembo di terra, proteso nel mediterraneo come ultimo sperone, non sentendosi settentrionale di nessuno, non poteva rifarsi su altri neppure del disprezzo con cui i suoi abitanti venivano designati da un oscuro vocabolo, la cui etimologia si perde forse nella notte dei tempi: «pòppeti».

Se Mons. Ruotolo non fosse stato di prima nomina, giovanissimo (rimase per parecchio tempo il più giovane vescovo d’Italia), e preceduta dalla fama di studioso, si sarebbe detto che vi fosse stato mandato per punizione. E non dovettero certamente mancare coloro che, vedendolo confinato in una terra così sconsolata, gli preconizzavano che, suvvia, lì «in finibus terrae», ci sarebbe rimasto poco: giusto il tempo per farsi le ossa. Dopo l’avrebbero certamente promosso ad altra sede.

Invece, no. Appena arrivato in diocesi, egli rimase soggiogato dalla bellezza della sua sposa. Fu un amore a prima vista, mai soggetto a pentimenti. Stabilì subito con lei il regime della comunione dei beni. E le visse accanto per sempre, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva salute, amandola e onorandola tutti i giorni della sua vita.

Ho sentito più volte dire dalla gente che, in seguito, gli vennero fatte ripetute proposte di trasferimento a sedi più importanti, ma che lui aveva sempre rifiutato. E in queste voci, non si sa se ammirare più la fedeltà del pastore all’unica sposa, o la fierezza della sposa nel sentirsi amata da così indefettibile carità.

E, la sua sposa, la amò al punto che si mise subito a rovistare tra i documenti polverosi dell’archivio diocesano, per trarne fuori antichi titoli nobiliari, sconosciuti perfino a lei che ne era titolare. Fu questo il suo primo dono nuziale, preludio di ben altre prodigalità, che gli permise di scoprire l’anima vera della sua gente.

Una gente che affondava le radici in remotissime civiltà italiche e greche, e che conservava sotto la scorza di una apparente diffidenza i tesori delle successive sedimentazioni, dalle cui cripte affioravano ogni tanto, come le monete messapiche dai sepolcreti del suo sottosuolo, istinti di forze primigenie e schegge di saggezze patriarcali.

Una gente adusa al sacrificio e alla durezza della vita, i cui silenzi non andavano interpretati come rassegnazione alla forza del destino, né come allegorie di spinte regressive verso i grembi del quieto vivere, ma come atteggiamento interiore proprio di chi ha già superato certi stadi culturali su cui gli altri ancora si attardano, e in cuor suo se ne ride dei ricorrenti deliri di onnipotenza umana.

Una gente povera di denaro, ma ricca di sapienza. Dimessa nel portamento, ma aristocratica nell’anima. Rude nel volto contadino, ma ospitale e generosa. Con le mani sudate di fatica e di terra, ma linda nella casa e nel cuore. Forse anche analfabeta, ma conoscitrice dei linguaggi arcani dello spirito. Una gente «naturaliter religiosa», che trovava i simboli del suo affido alla Provvidenza in due moduli dialettali molto eloquenti: «fazza Diu» per l’accoglimento delle disavventure, e «se vole Diu» per la consegna delle speranze.

Tra questa gente Mons. Ruotolo pose la sua tenda, e la arrotolò solo quando intuì che la sua corsa volgeva ormai al termine.

Fece tutt’uno col suo popolo. Ne assimilò la cultura, ne condivise i bisogni profondi, ne interpretò le ansie secolari. Divenne sua voce profetica. Entrò in solidarietà organica con la sua vicenda umana. E lo procedette col vincastro verso i nuovi pascoli a cui la storia lo chiamava. Il rinnovamento del Seminario, la fondazione dell’Opera Vocazioni, la celebrazione del sinodo diocesano, il rilancio dell’associazionismo ecclesiale in tutte le parrocchie, l’aggiornamento della metodologia catechistica, la coscientizzazione sul problema missionario… furono i primi impegni qualificanti del suo episcopato.

Consapevole che sul pastore grava il compito primordiale della comunione, intrattenne col suo presbiterio rapporto di fiducia, la cui delega in bianco ritirava solo nei rarissimi casi in cui si sentiva defraudato. Ricercava i suoi sacerdoti. Ne ambiva la collaborazione. Molti di loro erano stati suoi alunni nel Seminario di Molfetta, ed erano ben felici di continuare con lui una consuetudine di crescita ascetica e dottrinale. Li formava con dolcezza nei diuturni colloqui privati. Ne attendeva le attenzioni, non come gesti servili di ossequio, ma come segni sinceri di amore. Li radunava attorno a sé, per i ritiri spirituali: ed era uno spettacolo vedere, una volta al mese, la piazza di Alessano gremita di calessi per quell’appuntamento di famiglia, a cui era veramente difficile che qualcuno mancasse.

Poi venne la guerra, col suo retaggio di lacrime anche per la popolazione dell’estremo Salento. Ed egli, il pastore buono, stette a guardia del gregge nell’ovile impoverito, scrutando il cielo per scorgere la stella della pace e anticipandone l’apparizione con soprassalti di preghiera.

Giunsero, finalmente, gli anni della ricostruzione.

Un nuovo fervore di vita pervase la nostra terra. Ma le si sovrappose anche un velo di tristezza. La gente, in cerca di fortuna, lasciava la casa ed emigrava in Belgio, in Francia, in Svizzera.

I paesi si spopolavano. Certi assetti tradizionali entravano in crisi. Dalla stazione di Lecce partivano i treni della speranza, ma arrivavano interminabili convogli di pesantissimi problemi umani.

Mons. Ruotolo si propose allora, con le sue molteplici iniziative sociali, non solo come aiuto per le famiglie in difficoltà, ma anche come artefice di rinnovamento. Sono di quel periodo le intuizioni del Villaggio del Fanciullo a S. Maria di Leuca, gli inizi dell’oratorio giovanile a Ugento, la costruzione di numerose scuole materne in tutta la diocesi, la fondazione delle Comunità braccianti, e le prime esperienze di cooperazione agricola sul territorio.

Il bisogno di rinascita interiore lo sentiva con una freschezza così adolescenziale, che non esitò a collegarsi con le esperienze del Mondo Migliore, condotte negli anni cinquanta da padre Lombardi e padre Rotondi. Sicché, dopo i tre Congressi Eucaristici di Presicce, Ugento e Alessano, e dopo i due Congressi Mariani di Leuca e Tricase, volle spargere a piene mani tra la gente i semi del rinnovamento spirituale, e indisse in tutta la diocesi le Missioni centrate sulla teologia del Corpo Mistico. che anticipavano le istanze più urgenti del Concilio.

Ed ecco gli anni del Vaticano II.

Il termine «kairòs» non era entrato ancora nel lessico teologico corrente, ma lui intuì che la Chiesa stava vivendo un irripetibile momento della storia della salvezza. Vi si preparò con grande passione. Vi partecipò da protagonista. Ne tradusse immediatamente in atto gli stimoli più fecondi. Coinvolse il suo popolo nell’entusiasmo delle prime riforme.

Ora pro nobis Deum

Implora Dio per noi.

Così gli ripeté commossa la gente, quando nel 1968 Mons. Ruotolo decise di lasciare il governo pastorale della diocesi e ritirarsi presso l’Abbazia delle Tre Fontane a Roma.

La notizia di quella scelta colse tutti di sorpresa, e molti speravano che egli facesse ancora in tempo a revocarla.

Ma il pastore aveva capito che le pecore avevano bisogno di ulteriori transumanze. E allora, pur non essendosi il suo bastone del tutto incurvato, volle lasciare a forze più giovani la guida del viaggio. Da lontano, nel silenzio della trappa, ne avrebbe seguito i percorsi. Con la sua penitenza, ne avrebbe spianato il tragitto. Con la sua preghiera di monaco, ne avrebbe alimentato il coraggio.

Dopo aver rassicurato i fedeli che avrebbe continuato a fare il vescovo da una specola più alta, e dopo aver abbracciato tutti con affetto come fece Paolo con gli anziani di Efeso, se ne andò via nel crepuscolo di una mattina piovosa di novembre.

Depose così il pastorale, ma non l’anello. Del resto, il suo gregge, lui l’aveva sempre guidato più con l’anello che col pastorale. E le pecore lo avevano seguito più per aver visto brillare il simbolo della fedeltà sulla sua mano, che per aver sperimentato il simbolo dell’imperio nel suo pugno.

Divenne novizio. O meglio continuò a fare il novizio. Che cosa era stata infatti la sua vita se non tutto un noviziato preparatorio a quella grande professione religiosa che è la visione beatificante di Dio?

«Ora pro nobis Deum» Prega il Signore per noi.

Così gli ripete ancora oggi la gente, ogni volta che si reca nel Santuario di Leuca, dove egli volle che le sue spoglie mortali, cullate dalla risacca, trovassero riposo.

Alla terra del Capo di Leuca aveva voluto donare, in un empito nuziale durato trent’anni, i rami, i fiori, i frutti della sua pianta rigogliosa. Sotto la stessa terra, per significare la totalità di un’oblazione senza riserve, volle che affondassero anche le sue radici.

Perché, se è vero che «a egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti», Mons. Ruotolo aveva intuito che a grandi speranze il forte animo accendono solo l’urne dei santi. E l’estremo Salento, allora come oggi, aveva bisogno di speranze e di santi.

Perciò volle consegnarsi, come un seme, nel grembo di questa terra. In attesa di imminenti fioriture.

La tomba ora è là. Di fronte all’immagine di Maria.

La sua lampada votiva, dall’olio inconsumabile, la diocesi di Ugento – S. M. di Leuca se l’è accesa per sempre.

Torna a Leuca la salma di mons. Giuseppe Ruotolo (don Tonino Bello, 1971)



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* La Stola e il Grembiule | don Tonino sacerdote e parroco | Abstract 

* Speciale per “don Tonino e il Concilio”  * DTB Channel | Laboratorio | Montaggio, 25 gennaio 2009.


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Don Tonino, in quegli anni giovanissimo sacerdote, a soli 27 anni partecipò al Concilio come consulente teologico di Mons. Giuseppe Ruotolo, che durante il Concilio pronunciò ben sette interventi… Qui riportiamo la cronaca in diretta, datata 11 Ottobre 1962 dell’inizio della prima sessione conciliare, tratta dagli appunti autografi di don Tonino.  Alle note di colore e allo stupore per essere protagonista, a soli ventisette anni, di un evento sicuramente storico, si unisce l’intima speranza delle innovazioni che il concilio avrebbe suscitato.

«Ore 8 e 30, piazza S. Pietro. Sono immerso in una folla sterminata che spinge da tutte le parti. Ogni tanto sguscio anch’io per farmi più sotto, più vicino alle transenne. Intanto il corteo dei vescovi, tutti in piviale e con la mitra bianca sul capo, sfila solenne dalla porta di bronzo verso l’ingresso della basilica.

Mi trovo sotto il palchetto della televisione e posso vedere il volto dei vescovi con molta fatica. E’ una selve di mitre che si muove. Ci sono quelle più alte, quelle più basse, quelle che non si vedono neppure, perché poggiato sul capo di un vescovo piccolo. Il corteo sale sulla gradinata della piazza e poi viene inghiottito dalla porta centrale della basilica.

Ogni tanto, qualche scena curiosa. Ecco lì, c’è un vescovo, dev’essere senz’altro americano, che si gira e, incurante della mitra e del piviale, aziona la cinepresa per fissare personalmente sulla pellicola uno spettacolo dalle proporzioni grandiose come questo.

[…] Turbanti curiosi, come piccole pagode indiane. Veli austeri, neri, violetti, azzurri, che ti danno un sapore d’Oriente, che ti lasciano un momento col corpo lì, in piazza San Pietro, ma con l’immaginazione ti portano sui monti del Libano, nelle isole d’Egeo, sulle contrade del Bosforo e dell’Anatolia cristiana. Volti bianchi e tanti, tanti volti neri, con tutte le sfumature intermedie, sino al lucido nero dell’ebano. Ogni volta però è aperto a un sorriso di commozione, da cui traspare il nobile orgoglio di consapevolezza di essere il protagonista di uno dei momenti più solenni della storia.

[…] I vescovi cinesi sembra che non abbiano età, e, quando ti passano davanti, provi un senso di stupore, come di chi si chiede: “E questo è un vescovo?”.

Ogni tanto il corteo ha un respiro. Forse è finito. Ma no, è soltanto una pausa, poi riprende la cadenza ordinata e solenne della processione.

Altri vescovi, altri padri conciliari continuano a dare a chi guarda, con l’occhio stupito, la sensazione di uno spettacolare atlante vivente, dipinto coi colori più vivi e risonante degli diomi più diversi.

[…] L’apparizione del papa è imminente, perché sfilano in questo istante i cardinali e i patriarchi. Le braccia del pubblico si levano in alto; il frenetico sventolio dei fazzoletti tempera leggermente la calura di questo sole ottobrino che si è fatto strada lacerando le nubi di stamane; gli obiettivi delle macchine fotografiche e delle telecamere si fissano su di un punto: ecco il papa.

Salutato dalle acclamazioni della folla, paterno e impacciato sulla sedia gestatoria dalla quale amerebbe scendere, preceduto e seguito da dignitari della corte pontificia, ecco il papa, l’ultimo vescovo del corteo che sparge benedizioni, sorrisi e saluti sulla folla che simbolizza in questo momento, nella massima piazza dell’Urbe, l’intera umanità»

*  Atti della II Primavera di don Tonino, in «Siamo la chiesa» n. 2, Tricase 1995, pp. 50-57


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Mons. Giuseppe Ruotolo e il Villaggio del Fanciullo
(* Doc Diocesi Ugento – S. M. di Leuca, a cura di Ercole Morciano)  [.pdf]
Il Messaggio di Mons. Giuseppe Ruotolo
(* DOC Verso l’Avvenire, Gennaio – Febbraio 2010, a cura di P. Corrado Morciano) [.pdf]
Don Tonino e il Concilio (Claudio Ragaini)
(* DOC  DTB Channel | Documenti | Ricordi e Testimonianze)

Un Vescovo secondo il Concilio (Antonio Chiereghin)
(*  DTB Channel | Bibliografia Online)
DON TONINO Vescovo secondo il Concilio (a cura di Domenico Amato)
(*  DTB Channel | Bibliografia Online)

Don Tonino Bello | dontoninobello.info

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  1. * Un vescovo meridionale tra primo e secondo Novecento. Giuseppe Ruotolo a Ugento (1937-1968). Studi e testimonianze, a cura di Salvatore Palese, Galatina, Congedo, 1993, p. 125-133